Pensieri, pensieri, pensieri. Migliaia di pensieri che affollano la nostra mente, in ogni momento, incessantemente. Pensieri su di noi, su ciò che ci sta attorno e, per estensione, pensieri su tutto: opinioni.
Ma cos’è, veramente, il pensiero?
Il dizionario Treccani definisce il pensiero come “la facoltà del pensare, cioè l’attività psichica mediante la quale l’uomo acquista coscienza di sé e della realtà che considera come esterna a sé stesso (...)”. Prosegue evidenziando come il pensiero permetta all’essere umano di immaginare ciò che non esiste, cogliere valori universali e attribuire significati personali.
Perché tutti noi nasciamo se poi dobbiamo morire?
Kappa in libertà 22.12.2025, 18:00
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Il pensiero è dunque descritto come qualcosa di mobile, in continua evoluzione. Non uno stato fisso quanto piuttosto un processo, uno strumento attivo attraverso il quale ci formiamo continuamente un’idea del mondo: abbastanza complessa da rispettare la realtà, ma abbastanza semplice da permetterci di orientarci al suo interno.
Dire che il pensiero è solamente un processo è tuttavia incorretto, poiché oltre a essere un processo è anche un risultato: il risultato di una storia, di un’esperienza maturata, di un processo di apprendimento, di un condizionamento sociale, di un’identità formata in anni di vita.
Il pensiero, credo si possa dedurre, è dunque qualcosa di fluido e cangiante. Eppure, come vediamo spesso, negli altri e in noi stessi, il pensiero tende a fossilizzarsi, a consolidarsi, perdendo la sua natura elastica ed espansiva. Come mai?
La trappola dell’identità
Da bambini viviamo in uno stato di continua meraviglia, il cervello ha ancora un’elevata neuroplasticità, e assorbe nuove informazioni accettando facilmente di dover riformulare un nuovo pensiero e lasciare da parte quello ormai obsoleto. Con il passare degli anni tendiamo a stabilizzare le nostre interpretazioni del mondo, anche per ragioni pratiche. Ma più queste idee si consolidano, meno manteniamo la flessibilità mentale necessaria ad accoglierne di nuove.
Questo ventaglio di pensieri, opinioni e idee accumulate nei decenni va a formare quella che diventa la nostra identità. E se cambiare un pensiero è relativamente facile, cambiare la nostra identità non lo è per nulla.
Spesso non difendiamo le nostre idee perché le riteniamo vere nell’assoluto, ma perché sentiamo che senza quelle idee sentiremmo di perdere una parte di noi. E così la critica una nostra opinione viene colta come una critica alla nostra persona e, in quanto tale, percepita come una minaccia.
L’identità è infatti, nel bene e nel male, una sicurezza, un modo di stare al mondo, un modo di essere e riconoscere noi stessi. I pensieri si arenano così in un’eredità identitaria difficile da smuovere, soprattutto perché oltre a essere identitario il pensiero è anche profondamente tribale.
In quanto a specie sociale tendiamo a essere attratti dalle persone che condividono i nostri stessi pensieri, da coloro che anziché mettere in questione le nostre vedute le confermano. Creiamo legami con persone che ci assomigliano. Questo di per sé non è un male, e anzi fa parte di una logica preferenza personale. Tuttavia corriamo il rischio di estraniarci sempre più dalla possibilità di un reale dialogo, dal quale poter imparare cose nuove ed espandere la nostra idea del mondo che, per quanto ci illudiamo di esser colti e saggi, resta pur sempre soggettiva, ed in quanto a tale estremamente limitata.
Evitare il confronto con chi ha opinioni diverse dalle nostre significa rinunciare a una delle principali occasioni di crescita. Significa sacrificare l’opportunità di abbracciare una visione d’insieme più ampia e sfumata.
Come fanno i social a tenerci incollati allo schermo?
RSI Edu 04.03.2026, 14:49
Questo fenomeno viene oggi intensificato dagli algoritmi delle piattaforme online. Questi sistemi non sono progettati per farci apprendere e migliorare, ma piuttosto per massimizzare il nostro tempo di permanenza sulla piattaforma, nell’ipnosi dell’infinite scrolling. E il modo in cui lo fanno è continuando a propinarci video, immagini e articoli che confermano la nostra identità politica e sociale, i nostri interessi, le nostre opinioni.
Oltre che confermarle, ci fanno credere che in qualche modo tutto il mondo la pensi come noi, che sia importante pensarla in questo modo, che facciamo parte dei giusti e che sia necessario difendere a tutti i costi le nostre convinzioni.
Questo fenomeno, utilizzando di nuovo un termine inglese, è chiamato echo chambers, cioè “stanze” in cui una sola voce è ripetuta in continuazione, senza che se ne senta un’altra. Le echo chambers ci separano dunque dal confronto reale, quello da cui potremmo imparare e scoprirci cambiati, informati, cresciuti.
E allora forse possiamo provare a lasciare spenti i telefoni e incontrarci al bar, o in un parco, o in qualsiasi spazio pubblico. Sguinzagliare i pensieri e lasciare che gironzolino liberi, che si conoscano a vicenda, che si incontrino e si scontrino, che si annusino, che giochino insieme, che si ascoltino l’un l’altro. E in questo modo riportare il pensiero alla sua natura flessibile e cangiante, tornando a sentirci un po’ più liberi di cambiare insieme a lui.






