Édouard Manet, Autoritratto, 1879 circa
Édouard Manet, Autoritratto, 1879 circa (New York, collezione privata)

Édouard Manet

Il pittore della vita moderna

Ci sono personalità, nella storia dell’arte, che con la loro opera hanno segnato uno spartiacque. Artisti che sono stati portatori di nuove visioni, di approcci e idee rivoluzionarie, troppo avanti per il proprio tempo, e per questo compresi e apprezzati pienamente soltanto dopo la loro morte. Tra questi vi è senza dubbio Édouard Manet.

“Se mi si chiedesse quale nuova lingua parla Édouard Manet, risponderei: parla una lingua fatta di semplicità e di equilibrio. La nota da lui portata è quella nota bionda che riempie di luce la tela… che procede per grandi insiemi e traccia solo le masse”, così scriveva Émile Zola, grande sostenitore dell’artista.

Édouard Manet, Portrait d'Émile Zola, 1868
Édouard Manet, Portrait d'Émile Zola, 1868 (Parigi Musée d'Orsay)

Sì, quello del pittore parigino era davvero un linguaggio nuovo, capace di rappresentare la realtà in modo del tutto inatteso e sorprendente. Centonovant’anni fa in Francia, quando Manet veniva al mondo, l’arte pittorica era ancora pregna di accademismo e mitologia, di antichità e conformismo. In pochi osavano discostarsi dai tracciati sicuri e sfidare il gusto comune, quello della borghesia benpensante. Manet, che pure di quella borghesia faceva parte, osò farlo, affrontando le conseguenze della propria audacia.

“Essere del proprio tempo, dipingere ciò che si vede, senza lasciarsi turbare dalla moda”: era il proposito principale di Manet. Un’intenzione così semplice da apparire scontata oggi, ma all’epoca non lo era: il pittore, per lungo tempo, venne criticato aspramente, i suoi lavori respinti. Eppure, nonostante un percorso accidentato e spesso osteggiato, la ricerca artistica di Manet fu l’apripista di un nuovo modo di fare pittura ed ebbe un ruolo fondamentale per l’evoluzione dell’arte moderna, soprattutto per l’avvio della grande stagione impressionista (sebbene egli si rifiutò sempre di aderire a questa corrente e di partecipare alle relative mostre).

Édouard Manet, Le Déjeuner dans l'atelier, 1868
Édouard Manet, Le Déjeuner dans l'atelier, 1868 (Monaco di Baviera, Neue Pinakothek)

Édouard Manet nasce a Parigi il 23 gennaio 1832, in una famiglia della buona borghesia (suo padre è un alto funzionario del Ministero della Giustizia, sua madre è figlia di un diplomatico di stanza a Stoccolma). Per lui i genitori sognano un futuro da magistrato, ma Manet non ha alcuna intenzione di assecondare i loro desideri. Al prestigioso Collège Rollin ha voti mediocri, il suo passatempo preferito è andare al Louvre con il suo fidato amico Antonin Proust e riempire quaderni su quaderni di disegni, copiando i grandi maestri del passato. Pur di non iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza, come gli impongono i genitori, Manet cerca di entrare alla Scuola Navale, ma viene respinto. Si imbarca quindi sulla nave scuola Havre et Guadeloupe diretta a Rio de Janeiro. Passerà il viaggio a realizzare schizzi dei luoghi visitati e caricature dei suoi compagni. Tornato in Francia, tenta nuovamente, ma senza successo, l’ammissione alla Scuola Navale. Non vedendo alcuna alternativa, i genitori si arrendono e lasciano che Manet intraprenda la carriera artistica.

Nel 1850, Édouard Manet si iscrive come allievo al registro dei copisti del Louvre e, insieme all’amico Proust, entra nell’atelier del pittore accademico Thomas Couture. Nonostante il disprezzo per i rigidi e sterili dettami che gli vengono impartiti e per gli artisti “che si rinchiudono con modelli, costumi, manichini e accessori e creano quadri morti quando ci sono tante cose vive da dipingere fuori”, Manet resterà nello studio di Couture per ben sei anni, tra accesi diverbi e scontri. Nel frattempo, l’artista compie diversi viaggi studio, molto importanti per la sua formazione: prima ad Amsterdam, dove ammira Rembrandt e ne esegue diverse copie, poi in Italia con il fratello Eugène, facendo tappa a Venezia e a Firenze, dove non manca di visitare gli Uffizi.

Édouard Manet, La Musique aux Tuileries, 1862
Édouard Manet, La Musique aux Tuileries, 1862 (Londra, National Gallery)

Lasciato l’atelier di Couture, Manet si libera completamente degli insegnamenti accademici e comincia la sua autonoma avventura artistica. È un uomo affascinante, raffinato, un dandy dai modi gentili, frequenta i caffè, i teatri e i boulevard brulicanti, vive e osserva intensamente la Ville Lumière, abbracciando la frenesia e la meraviglia della vita moderna. Apprezza il realismo di Courbet, i toni accesi di Goya e di Velázquez, ma anche l’armonia di Raffaello e Tiziano, e con la sua pittura cerca di fare tesoro del passato e al contempo di rappresentare la poesia del presente. Lo fa con uno stile innovativo, sostituendo al chiaroscuro e ai toni sfumati della pittura classica la giustapposizione di macchie di colore puro attraverso vivaci pennellate, e ricercando i suoi soggetti nella realtà circostante, più che nella storia o nel mito.

Édouard Manet, Le Déjeuner sur l'herbe, 1863
Édouard Manet, Le Déjeuner sur l'herbe, 1863 (Parigi, Musée d'Orsay)

“Un pittore, un vero pittore sarà quello che riuscirà a strappare alla vita moderna il suo lato epico, e ci farà vedere e sentire quanto siamo grandi e poetici nelle nostre cravatte e nelle nostre scarpe lucide”: è quanto scrive Charles Baudelaire nel 1863 nel saggio Il pittore della vita moderna. Ebbene, è proprio con questa attitudine creativa che Manet inizia a realizzare le sue tele. Risalgono proprio al 1863 due delle sue opere maggiori, nonché quelle che daranno più scandalo: Colazione sull’erba (Le dèjeuner sur l’herbe) e Olympia. Per entrambe, Manet trae ispirazione da modelli classici, ma spoglia ambientazione e personaggi di qualsiasi pretesto mitologico o travestimento storico. Le donne nude da lui ritratte non sono dee, ninfe o antiche eroine, ma donne inequivocabilmente contemporanee e sono un insulto alla morale borghese. È per questo che suscitano tanto scalpore e indignano la critica. “Odalisca dal ventre giallo” viene definita con sarcasmo la sua Olympia, che rimanda alla tizianesca Venere di Urbino. Al Salon del 1865, dove il dipinto viene esposto, c’è persino chi vuole danneggiare l’opera a colpi di bastone.

Édouard Manet, Olympia, 1863
Édouard Manet, Olympia, 1863 (Parigi Musée d'Orsay)

In breve tempo, tutti a Parigi parlano di Manet, rivolgendogli commenti sprezzanti per la sua tecnica bizzarra e per i soggetti insolenti. Si giunge addirittura a definirlo un “imbrattatele”. Ma c’è anche chi nutre grande stima per lui, come Monet e compagni, che vedono in Manet il loro caposcuola, e lo scrittore Émile Zola, che lo difende convintamente: “Il temperamento di Manet è un temperamento secco, che penetra in profondità. Ferma vivacemente le sue figure, non arretra davanti alle rudezze della natura, ritrae nel loro vigore i diversi oggetti che si stagliano gli uni sugli altri. Tutta la sua personalità lo porta a vedere per macchie, per frammenti semplici ed energici […]. Ritrovo nel quadro un uomo che ha la curiosità del vero e che estrae da dentro di sé un mondo che vive una vita particolare e potente. Sapete quale effetto producono le tele di Manet al Salon? Bucano le pareti, semplicemente”. Manet, dal canto suo, non può che ringraziare il suo autorevole sostenitore con l’omaggio di uno splendido ritratto.

Negli anni successivi, Manet continua la sua personale ricerca sul colore, sul movimento e sulla realtà circostante, dando vita a molti altri capolavori (Il pifferaio, La colazione nell’atelier, Il balcone, La ferrovia, Nanà…) e riscuotendo alterni consensi; frequenta con assiduità il Café Guerbois, dove i giovani pittori futuri impressionisti pendono dalle sue labbra; conosce e ritrae innumerevoli volte Berthe Morisot, donna affascinante e pittrice di talento, che sposa il fratello di Manet, Eugène.

Édouard Manet, Berthe Morisot au bouquet de violettes, 1872
Édouard Manet, Berthe Morisot au bouquet de violettes, 1872 (Parigi, Musée d'Orsay)

Nell’ultima fase della sua carriera, l’artista dipinge freneticamente, con disinvoltura e felice improvvisazione, non ci sono più pentimenti o ritocchi nei suoi quadri, ma spontaneità e grazia. A cinquant’anni è ormai un pittore rispettato, tanto da essere persino nominato cavaliere della Legion d’onore. Ma la sua salute inizia a vacillare: nel 1879 è colpito da atassia locomotoria, malattia che lo accompagnerà fino alla morte. Ritiratosi a Rueil, poco prima di morire riesce a terminare quella che è considerata una delle sue opere più importanti, e che funge in qualche modo da suo testamento: Il bar delle Folies-Bergère. In questo suggestivo interno di un caffè-concerto, Manet esprime tutta la vitalità e la meraviglia della Parigi moderna e al contempo un senso profondo di solitudine e malinconia attraverso lo sguardo della cameriera che ci guarda dritto negli occhi.

Édouard Manet, Un bar aux Folies Bergère, 1882
Édouard Manet, Un bar aux Folies Bergère, 1882 (Londra, Courtauld Gallery)

“Era più grande di  quanto pensassimo” dichiara Degas in occasione del funerale del grande pittore. In effetti, la crucialità della figura di Édouard Manet e il suo talento fatto di “autenticità e semplicità”, come affermava l’amico Zola, verranno rivalutati soltanto negli anni a venire.  Quella di Manet è stata una rivoluzione gentile, non urlata, e mossa dalla ferma volontà di essere un artista del “proprio tempo”.

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