Storia

Figli della miseria: un’infanzia da ricordare

La mostra del Museo Nazionale di Zurigo ripercorre la storia del lavoro minorile in Svizzera, tra sfruttamento, collocamenti coatti e fragilità ancora attuali, invitando a una memoria vigile e consapevole

  • Ieri, 12:00
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Di: Alphaville/Mat 

Il lavoro minorile è una ferita ancora aperta nella storia svizzera. La mostra Figli della miseria. Bambini al lavoro, al Museo Nazionale di Zurigo, riporta alla luce un passato che non è così remoto come si potrebbe pensare. Come ricorda la direttrice Denise Tonella (al microfono di Francesca Rodesino in Alphaville), la consapevolezza che anche i più piccoli abbiano diritti propri «ha richiesto un lungo cammino», e il percorso espositivo lo dimostra con chiarezza.

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Quando i bambini svizzeri lavoravano

Alphaville 23.12.2025, 11:05

  • © Theo Frey Archiv / Fotostiftung Schweiz, Winterthur
  • Francesca Rodesino

Per secoli, in Svizzera, l’infanzia non è stata un territorio protetto. Bambine e bambini contribuivano al sostentamento familiare con ruoli che oggi sembrano inconciliabili con la loro età: spazzacamini, filatori, pastori, sigarai. Il gioco e la scuola erano un privilegio per pochi; per la maggioranza, la quotidianità era fatta di lavoro nei campi, nelle stalle, nei vigneti. Le bambine, in particolare, portavano sulle spalle un doppio carico: il lavoro fuori casa e quello domestico.

Con il lavoro a domicilio del XVIII secolo, la pressione aumentò ulteriormente. Migliaia di piccoli tessevano nastri e filavano seta per le ditte di San Gallo e Appenzello, spesso dopo la scuola, spesso fino a sera. L’industrializzazione trasformò questa consuetudine in un sistema strutturato: la fabbrica non guardava l’età, ma la produttività.

Per lungo tempo, tutto ciò fu considerato inevitabile. L’alta mortalità infantile contribuiva a un rapporto più distaccato tra genitori e figli. Michel de Montaigne, nel Cinquecento, annotava di aver perso due o tre bambini «non senza dolore, comunque senza lasciarmi sopraffare dalla tristezza». Una frase che oggi colpisce, ma che allora rifletteva una realtà condivisa.

La legge federale del 1877 vietò il lavoro ai minori di 14 anni, e l’obbligo scolastico del 1874 segnò un passo decisivo verso una nuova idea di infanzia. Figure come Pestalozzi contribuirono a radicare l’istruzione come diritto. Eppure, per molti bambini “troppo poveri per restare”, la scuola non bastò: venivano mandati a lavorare altrove, come gli spazzacamini ticinesi diretti al Nord Italia.

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La parte più dolorosa di questa storia riguarda però il ruolo dello Stato. Per decenni, le autorità collocarono con la forza minori provenienti da famiglie considerate fragili: figli di Yenish, Sinti, madri sole, persone povere o con problemi di alcol. Internati in istituti, mandati in fattorie, separati dai genitori. Una pratica che arrivò fino al XX secolo. Il caso di Christian Chanel, nato nel 1971 e collocato coattivamente in una fattoria dove subì maltrattamenti e lavoro forzato, ricorda quanto questa storia sia vicina. Le sue opere, oggi esposte, restituiscono una voce a chi non l’ha avuta.

La mostra si chiude con uno sguardo al presente. Anche oggi, in Svizzera, esistono forme meno visibili di lavoro minorile: ragazzi che lavorano per sostenere la famiglia, apprendisti che consegnano l’intero salario, migliaia di minori che dipendono dall’aiuto sociale. E nel Sud globale, milioni di bambini impiegati nel cacao, nel tessile, nell’estrazione di metalli. Situazioni che, come osserva Tonella, «non sono così lontane da ciò che accadeva in Svizzera due secoli fa».

Figli della miseria. Bambini al lavoro non è solo un percorso storico: è un invito a riconoscere ciò che è stato, per comprendere ciò che ancora accade. Una memoria che chiede attenzione, e che merita ascolto.

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