Marilyn e il sesso

Usi e abusi dell'immagine della più grande diva di Hollywood, morta sessant'anni fa

Marilyn, sempre lei. Marilyn, o meglio la sua immagine, nell'ultimo decennio è stata usata per campagne globali da marchi come Coca-Cola, Dior, Max Factor e – ovviamente – Chanel. Marilyn nello stesso lasso di tempo è stata raccontata da un documentario e due film di fiction, oltre che oggetto di decine di omaggi cinematografici (anche piuttosto improbabili, come quello di Margot Robbie nel supereroico Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn). Marilyn ha quasi due milioni di follower su Instagram. Marilyn ogni anno genera un fatturato superiore ai dieci milioni di dollari. Marilyn non si può ignorare, anche volendo – cosa che, a sessant'anni dalla morte, sarebbe anche lecita. Nessuna delle star del cinema del secolo scorso può dirsi altrettanto popolare, tantomeno quelle degli anni Cinquanta: non Shirley MacLaine, neppure Audrey Hepburn. Impossibile riassumere quali siano le ragioni di una tale fama, capace di trascendere le epoche. Ma possiamo dire senza timore di smentite che molte hanno a che fare con il sesso.

Già: il centinaio di righe che segue parla di Marilyn Monroe e il sesso. Discorso che – basterebbe il titolo – potrebbe venir accusato di essere, oltre che banale, ingiusto e riduttivo nei confronti della Monroe stessa. Perché la sua immagine di star, in vita e in morte, è sempre stata legata allo stereotipo della dumb blonde, l'oca bionda che, semplicemente, è troppo bella per essere intelligente. L'ingenuità e la chiara ignoranza di personaggi come la ragazza senza nome di Quando la moglie è in vacanza, la Zucchero Kandinsky di A qualcuno piace caldo, la Lorelei Lee di Gli uomini preferiscono le bionde, sono parte integrante del loro sex appeal: le mettono in uno stato di minorità, rendendole esca e preda perfetta per il desiderio maschile.

Certo, la Monroe ha sempre lavorato – più o meno sottilmente – per ribaltare lo stereotipo che le era stato cucito addosso dalla 20 Century Fox del suo storico produttore Darryl Zanuck. Lo stesso Gli uomini preferiscono le bionde, apparentemente tra i suoi film più sessisti, quello in cui intepreta il personaggio più privo di cervello, è in realtà un esempio di come Marilyn riuscisse a rendere le sue donne sempre più complesse e meno stereotipate di come erano state disegnate. La ballerina Lorelei Lee può infatti essere letta come una satira della doppiezza dei capitalisti, mentre parla come una bambina – così infantilizzando ulteriormente il già infantile fidanzato interpretato da Tommy Noonan – per nascondere la sua brama di ricchezza. O almeno, così scriveva qualche anno fa uno dei più preparati (e snob il giusto) critici americani dell'ultimo secolo, Jonathan Rosenbaum, all'interno di un articolo intitolato non a caso Il cervello di Marilyn Monroe.

Marylin era poi effettivamente un'ottima attrice, nonostante i suoi noti problemi di ansia, e nella seconda parte della sua carriera, dopo aver frequentato l'Actor's Studio di Lee Strasberg, ha interpretato diversi personaggi tormentati e lontani dalla succitata dumb blonde, come in Fermata d'autobus di Joshua Logan e Gli spostati di John Huston.

Eppure, anche questi personaggi possono essere ricondotti a un'idea monodimensionale di “donna”, spesso con un background quasi inesistente (“divorziata”, e poco altro). Se Marilyn aveva provato a combattere contro la sua immagine di star-sex symbol, aveva perso: la sua immagine sullo schermo era rimasta al servizio del desiderio maschile; il suo corpo, invariabilmente inquadrato con sguardo da voyeur, era lo spettacolo, il sogno erotico, il centro di gravità. Il resto era conversazione.

Nel suo classico saggio Star (edizioni Kaplan, 2009), Richard Dyer cita lo psichiatra Joseph C. Rheingold: “La negazione del corpo è un'illusione. Nessuna donna trascende il proprio corpo.” Rheingold è morto negli anni Settanta del secolo scorso, possiamo perdonargli il sessismo di fondo, quando riconosce alle sole donne questo limite. Ma il succo è valido ancora oggi: nell'epoca di Instagram e TikTok l'immagine del corpo, pur se più varia e multidimensionale rispetto a un tempo, rimane centrale in qualsiasi discorso sui media. Essere su uno schermo, sia quello del cinema, della tv o dello smartphone, significa presentarsi al mondo attraverso il corpo, vederlo giudicato molto prima di tutto il resto. Intendiamoci, non si tratta di una nota amara, ma di pura constatazione: chi lavora con l'immagine – che sia un attore o una influencer – lo sa, inutile dolersene. E il passaggio dal corpo al sesso è altrettanto naturale, banale, inevitabile.

Marilyn del resto aveva cominciato la sua carriera come pin-up, coltivando quindi un'immagine che ha l'obbiettivo dichiarato di suscitare desiderio sessuale, e che le è rimasta attaccata fino alla morte: l'immagine della pin-up ha dato forma alla sua personalità di star, ai ruoli sullo schermo, al modo in cui veniva ripresa dai registi e persino alle recensioni che riceveva. Eppure, allo stesso tempo Marilyn continuava a resistere a quel ruolo, cercando vie di fuga più o meno evidenti. Molly Haskell, storica critica femminista del Village Voice, scriveva che certo, Marilyn era un prodotto del sistema patriarcale e della misoginia hollywoodiana, eppure ammetteva che offrisse nelle sue interpretazioni sullo schermo “sempre più di quanto richiesto: più sentimento, più calore, più angoscia”; di conseguenza, i suoi film risultano “più ricchi di sfumature di quanto meritassero”, pur nella consapevolezza che (grandi) registi come Billy Wilder e Howard Hawks non perdevano occasione per sfruttare la sua immagine al massimo, sessualizzandola con ogni inquadratura. Allo stesso tempo, Marilyn stessa nel corso della sua carriera era riuscita a riequilibrare – se non a ribaltare completamente – i rapporti di forza che la legavano al sistema dei grandi studios di Hollywood: dalla metà degli anni Cinquanta in poi, Marilyn era diventata più importante di ogni studio che l'avesse sotto contratto. Poteva scegliere i coreografi, influenzare gli sceneggiatori, perfino decidere il protagonista maschile dei suoi film, com'era accaduto con Robert Mitchum per La magnifica preda di Otto Preminger.

Il rapporto con il ruolo di icona del desiderio maschile rimane il discorso fondamentale nella vita personale e nella carriera artistica di Marilyn, tanto da poter dire che sia stato il sesso, a renderla quell'icona piena di contraddizioni ancora affascinante per gli spettatori del 2022, che magari la conosceranno interpretata da Ana de Armas a settembre, nel film Netflix tratto dall'arcinota biografia romanzata di Joyce Carol Oates, Blonde.

Una star costretta a ruoli femminili degradanti, eppure allo stesso tempo capace di accelerare quel movimento di liberazione sessuale che sarebbe poi esploso nel decennio successivo, propagandando un'idea di sesso “naturale”, libera da costrizioni, sensi di colpa e rigidità tipiche della società dei Cinquanta. Che poi questa idea andasse soprattutto a vantaggio degli uomini è, ovviamente, tutt'altro discorso.

Tra questa e altre contraddizioni, rimane la certezza che Norma Jean Mortenson fosse profondamente consapevole del suo ruolo, oltre che estremamente intelligente. Se infatti il primo sintomo dell'intelligenza è l'ironia, quest'ultima non mancava certo a Marilyn: leggere, per credere, “Wolves I have known” (“I lupi che ho conosciuto”), l'articolo scritto da un'allora ventisettene Monroe per la rivista Motion Picture and Television Magazine, in cui raccontava le sue esperienze con alcuni predatori sessuali di Hollywood, dando alle aspiranti attrici una serie di consigli per difendersi da questi “lupi” di cui forniva descrizioni esilaranti, dal truffatore “grassoccio e gioviale” che “ovviamente guidava una Cadillac” al famoso regista chiuso fuori dalla sua stanza mentre lei leggeva una rivista attendendo che lui desistesse. Un'ironia che la rende capace di sfuggire al sistema che racconta, ma senza l'aggressività moderna dei movimenti post-femministi o del #metoo, senza esprimere un vero bisogno di cambiamento. Per quello, sarebbe stato necessario aspettare ancora qualche decennio. Nel frattempo Marilyn è rimasta la stella per eccellenza della storia del cinema americano, simbolo di un passato che non tornerà e anticipatrice della modernità, con le sue contraddizioni, eros e morte, marketing e vita vera. L'attrice che è riuscita a trascendere perfino il cinema stesso, a rimanere icona per il grande pubblico perfino mentre quest'ultimo sta lentamente dimenticando i suoi film.

Michele Serra
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