The Rolling Stones
The Rolling Stones (Keystone )

The Rolling Stones 60: Let’s spend the life together

Sessant’anni di carriera

Sessant’anni di carriera. Oggi che tutto dura il battito d’ali d’una farfalla, è roba da non credere. Eppure il gruppo che forse più di tutti ha incarnato la voglia di rottura con il passato della generazione che era giovane negli anni Sessanta è ancora qui, anche se da un pezzo si è trasformato in un’istituzione a tutti gli effetti. L’ironia della cosa è facile da cogliere, ma meno male che così è stato. Ladies and Gentlemen: The Rolling Stones.

Il nome è vivo e vegeto anche se della formazione originale oggi rimangono ormai solo Mick Jagger e Keith Richards, insieme a Ronnie Wood, Stones a tutti gli effetti ma arrivato “solo” negli anni Settanta. Il tour mondiale con cui il gruppo sta celebrando questo anniversario porta inevitabilmente con sé una patina di tristezza. È il primo senza Charlie Watts a sedere dietro le pelli col suo aristocratico e distaccato aplomb. Li attendevamo anche qui in Svizzera, poche settimane fa a Berna, ma oggi neppure le divinità del rock sono immuni ai guai umani. Il covid ha messo a letto Mick Jagger per qualche giorno col risultato che la data elvetica è stata cancellata, per il dispiacere del pubblico che si preparava a riempire il Wankdorf.

Anche adesso i Rolling Stones possono ambire al titolo di più grande rockband in circolazione. Grande per la monumentalità dei tour – benché sempre più rari – grande per l’immediata riconoscibilità di tutto ciò che a essa è legato, dal logo linguacciuto a ogni accordo di Keith Richards. Grande, soprattutto, per l’impatto delle canzoni.

Molte cose sono cambiate. I folli eccessi degli anni Sessanta e soprattutto Settanta sono dietro le spalle, ormai è domata la dimensione trasgressiva, provocatoria che li ha resi icone oltre che leggende del rock. Ma le vibrazioni della loro musica fatta per durare, l’energia che riescono a scatenare quei brani – tanti, tantissimi – ormai diventati parte del patrimonio culturale collettivo, no, queste non sono mai venute meno nel corso dei decenni e alla fine la grandezza vera sta qui dentro.

Quando pensiamo agli Stones pensiamo a megaeventi musicali, stadi strapieni in tutto il mondo, persino a cose tipo il concerto gratuito tenuto sulla spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro nel 2006 di fronte a un milione e mezzo di persone.

Il 12 luglio del 1962 quelle folle oceaniche erano solo un miraggio. Al Marquee Jazz Club di Londra per il primo concerto dei Rollin’ Stones (allora con l’apostrofo) di gente ce n’era decisamente meno. Anche il gruppo era diverso da quello che passerà alla storia: con Brian Jones, Mick Jagger, Keith Richards c’erano di sicuro Dick Taylor e Ian Stewart, tutti però già follemente innamorati del blues e del rhythm’n’blues. L’avvento di quello che sarà chiamato British Blues è alle porte.

Di quei tempi è stato non solo testimone ma anche un istigatore Giorgio Gomelsky, uno degli eroi segreti del rock’n’roll. Partito da Locarno alla metà degli anni Cinquanta, Giorgio ha avuto una carriera di impresario, manager, mentore, agitatore culturale e sognatore che lo ha portato prima a Londra, poi in Francia e infine negli Stati Uniti. Ed è stato proprio lui il primo a vederci lungo sulla futura più grande rock band del mondo, che prese sotto la sua ala protettiva. Sorrideva quindi Giorgio, che se ne è andato nel 2016, quando raccontava degli esordi dei Rolling Stones, ai quali pochi mesi dopo il concerto al Marquee aveva dato residenza fissa al suo club, il Crawdaddy, situato allo Station Hotel di Richmond, alla periferia londinese. La prima volta che si esibirono lì (siamo agli inizi del 1963) a vederli c’erano tre persone. “Giovgio, ma dobbiamo suonafe? Noi siamo sei, lovo sono tve”, ridacchiava Gomelsky imitando Brian Jones, ricordando quell’episodio che spesso tirava fuori. Suonate come se ci fossero cento persone, fu il saggio consiglio, e vedrete che arriveranno. Andò proprio così, anche perché Giorgio mise in atto le sue strategie: alla fine del concerto andò a chiedere ai tre spettatori presenti se si fossero divertiti. Erano entusiasti. Bene, disse, se la prossima settimana tornate portandovi dietro due amici ognuno, voi entrate gratis. Ripetuto il trucchetto un paio di volte, di fronte alla porta del Crawdaddy c’era la fila. Non solo. La band piaceva sì, ma il pubblico stava fermo. Per sbloccare la situazione Gomelsky chiese al suo assistente Hamish Grimes di salire su un tavolo e cominciare ad agitarsi. Bastò quello perché il pubblico lo seguisse trasformando i concerti di quel gruppo ancora sconosciuto in una sorta di happenig tribale, qualcosa di cui parlare, qualcosa – come scrisse il Daily Mirror – di non troppo lontano da “un raduno religioso di revivalisti nel profondo sud”.

Se il momento e l’energia erano quelli giusti, anche il marketing fece così fin dall’inizio la sua parte nel successo degli Stones, ancora di più con l’entrata in scena del loro primo manager ufficiale, Andrew Loog Oldham, che li soffiò a Gomelsky mentre quest’ultimo era tornato ad Ascona per la morte del padre. Fu Oldham a portare il primo contratto discografico e a forgiare l’immagine del gruppo, cominciando con l’estrometterne dalle fila il pianista Ian “Stu” Stewart, membro della prima ora (rimasto poi fedele collaboratore dietro le quinte fino alla morte) perché a detta sua non aveva l’aspetto adatto e sei membri erano troppi per una band. Soprattutto, viene accreditata a Oldham l’idea di fare dei Rolling Stones una sorta di anti-Beatles, una contrapposizione e una rivalità inventate di sana pianta, dal momento che entrambe le band condividevano gli stessi amori musicali e si stimavano a vicenda. “Se i Beatles avevano in testa il loro cappello bianco – racconta Keith Richards in un documentario – noi avremmo dovuto metterci quello nero”. L’immagine poco rassicurante cucita addosso agli Stones funzionò alla grande, da una parte per naturali inclinazioni dei personaggi più in vista del gruppo ai quali nel frattempo si erano aggiunti il bassista Bill Wyman e il batterista Charlie Watts e perché nell’aria cominciava a sentirsi l’odore del fumo di quell’incendio generazionale che si sarebbe propagato alla fine del decennio. Ci voleva qualcuno che incarnasse la crescente insoddisfazione giovanile e gli Stones erano esattamente al posto giusto nel momento giusto, con le facce e la musica perfetta.

 

In un mondo che stava cambiando, tutti gli ingredienti che hanno reso immortali i Rolling Stones vennero fuori velocemente, nei primi dieci anni di vita della band, dal primo disco (1964) fino alla morte di Brian Jones e poi nei lavori che vanno da lì fino ai primi anni Settanta. Ancora una volta è una questione prima di tutto di musica ma anche di immagine. (I Can’t Get No) Satisfaction, che fotografa consapevolmente o meno lo spirito dei tempi, è del 1965. Il gruppo è lanciato come un razzo verso le stelle, scatena isterie dei fan e dure reazioni da parte dell’establishment. Negli anni verrà preso di mira dalla stampa, dalle istituzioni, da genitori preoccupati per i loro figli, da gruppi religiosi. Tutto intorno a loro fa notizia, sono personaggi come lo sono i loro amori, da Anita Pallenberg a Marianne Faithfull e lo stile di vita dalla band non aiuta di certo a smorzare i toni.

La tragedia è nell’aria. Jones annega nella piscina della sua villa il 3 luglio del 1969. Pochi giorni prima il gruppo lo aveva allontanato. Troppe droghe e di quelle sbagliate, dirà Richards, e anche guai giudiziari che gli avrebbero impedito di avere il visto per l’imminente tour americano. Il concerto già previsto ad Hyde Park per presentare il suo sostituto Mick Taylor, si trasformerà in una sorta di funerale a cui partecipano oltre 250mila persone (si parla addirittura di mezzo milione). Le circostanze della sua morte partoriranno varie tesi e saranno un tassello di quell’aura maledetta che si sviluppa attorno agli Stones culminando pochi mesi dopo nel disastro di Altamont, il Festival californiano dove, in un clima di disorganizzazione totale e di violenza ci scappa il morto. È stato definito la fine del sogno Peace & Love di Woodstock: mentre gli Stones stanno suonando, un giovane afroamericano viene pugnalato a morte dagli Hell’s Angels – incautamente chiamati a fare da servizio d’ordine – che affermarono di avergli visto in mano una pistola. Sinistro suona il titolo dell’album del momento di Jagger e compagni: Let It Bleed, lascia che sanguini.

Eppure siamo nel bel mezzo dell’ascesa artistica dei Rolling Stones. Quel disco è uno dei quattro che sono unanimemente ritenuti i loro capolavori, sfornati in un fuoco di fila nel giro di pochi anni a cominciare da Beggar’s Banquet (1968) che si apre con l’eterna Sympathy for The Devil – la sua nascita è catturata dal film di Godard 1+1 – e che ha fra i suoi tesori brani come Salt of The Earth o Street Fighting Man. Let It Bleed (1969) si apre e si chiude con due pezzi giganteschi, la sinistra Gimme Shelter – un’altra cupa istantanea dello zeitgeist – e You can’t Always Get What You Want dalla rasserenante malinconia. Sticky Fingers (1971) con la sua dissacrante copertina firmata da Warhol, porta con sé quella Brown Sugar oggi al centro di revisionismo storico da parte della stessa band, ma anche una ballata come Wild Horses. E poi c’è Exile on Main St. (1972) registrato nel Sud della Francia dove il gruppo se l’era intanto filata per motivi fiscali. Un doppio album realizzato in un clima di follia e droga a fiumi nel momento del massimo edonismo decadente degli Stones, che nonostante tutto – o forse proprio per quello – sono in grado di sfornare perle come Tumbling Dice, Sweet Virginia, Torn and Frayed, Loving Cup, Happy, Let it Loose, All Down The Line o Soul Survivor. Una summa di quel sound americano da cui erano stati folgorati e che hanno rivisitato, ricostruito, riforgiato in una maniera tanto personale, da farne rinnamorare gli stessi americani che l’avevano creato. E con loro il resto del mondo.

Si può dire quello che si vuole sugli Stones dei tempi d’oro. Ma la musica alla fine è sempre venuta prima di tutto. Quando gli eccessi hanno rischiato di compromettere davvero la band, un taglio è stato dato. È successo anche a Keith Richards che si è dato una bella ripulita dopo che l’ennesimo arresto, in Canada, ha rischiato di spedirlo al fresco per un pezzo mettendo fine al gruppo. Da lì in poi il resto è stato fisiologico. Altre sonorità si sono aggiunte. Ci sono stati altri successoni come l’album Tattoo You con cui hanno aperto gli anni Ottanta (anche se quel materiale risale a tempi precedenti), trascinato per l’ultima volta al numero 1 delle classifiche a stelle e strisce dal prepotente riff di Start Me Up. C’è stata una crisi e una fine sfiorata con il progressivo allontanamento fra Jagger e Richards, la coppia che nominalmente, come Lennon e McCartney per i Beatles, ha firmato la storia della band. Le cose si sono risolte sulla scia di Steel Wheels (1989), un album solido che li ha riportati a tour memorabili, continuati negli anni Novanta con altri lavori e poi nel nuovo millennio con l’ultimo album di inediti A Bigger Bang (2005) e la raccolta di cover Blue & Lonesome (2016), un chiaro omaggio alle passioni mai sbiadite delle origini. Forse a tenerli insieme è stato anche il fatto che gli Stones erano ormai “Too Big to Fail”, un caposaldo del rock, con Jagger frontman per antonomasia, sex symbol planetario e punto di riferimento obbligato per chiunque volesse calcare il palco con un microfono in mano e Richards che con la sua sempiterna aria da pirata e il fiuto per i riff grandiosi rimaneva comunque sempre un simbolo vivente del rock’n’roll anche mentre si stava trasformando in quello che è oggi: un bonario e pittoresco nume tutelare che ne ha viste – e fatte – di tutti colori.

“Siamo passati da inaccettabili a totalmente accettabili”, commentava Mick Jagger qualche anno fa, all’epoca del documentario Crossfire Hurricane. Una verità sacrosanta. Ed è bello così, perché alla fine, per citare un brano degli inizi, con i Rolling Stones non ci abbiamo passato solo una notte ma una vita intera.

Fabrizio Coli
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