Claudio Villa avrebbe compiuto cent’anni il 1° gennaio 2026, e l’Italia — quella vera, quella che canta in macchina e litiga al bar — non ha ancora deciso se celebrarlo come un monumento nazionale o come un vecchio fantasma melodico che non vuole andarsene. Forse è proprio questo il punto: Villa divide ancora. E a modo suo, continua a vincere.
Il francobollo commemorativo che Poste Italiane gli dedica per il centenario è un gesto quasi istituzionale, un po’ tardivo, che sembra voler mettere ordine in una storia che ordinata non è mai stata. Perché Villa non è stato solo “il Reuccio”, la voce tenorile che ha incarnato la canzone italiana del dopoguerra: è stato un personaggio scomodo, litigioso, popolare fino all’ossessione, convinto di essere amato dal popolo e spesso in guerra con chi quel popolo pretendeva di rappresentarlo.
Villa a Lugano
RSI Shared Content DME 14.10.2019, 09:00
Ma prima di tutto, Villa è stato una voce. Una voce enorme, scolpita, capace di passare dal sussurro al tuono senza perdere mai il controllo. Nel melodismo italiano del Novecento, il suo timbro tenorile ha rappresentato un modello quasi scolastico: l’idea che la canzone potesse essere un’arte “alta” pur restando popolare, che il sentimento potesse essere portato all’estremo senza scadere nel ridicolo. Villa ha dato alla melodia italiana una forma riconoscibile, quasi architettonica, fatta di slanci, vibrati, aperture solenni. Ha insegnato che il canto non è solo interpretazione, ma presenza fisica, corpo, respiro. E in questo, nel suo modo di trattare ogni brano come un’aria d’opera travestita da canzone, ha lasciato un’impronta che ancora oggi si sente, anche quando non ce ne accorgiamo.
La sua carriera è un romanzo pieno di capitoli storti. Nel 1957, a Sanremo, Villa dichiara guerra alla stampa: si sente accerchiato, osteggiato, spiato. I giornalisti lo accusano di delirio di grandezza, di voler cantare solo i brani migliori, di essersi preparato male al Festival. “Ha perso il senso della realtà”, scrivono. Lui risponde a muso duro, come farà per tutta la vita. Non era un uomo accomodante: era un uomo convinto di essere nel giusto.
E poi c’è l’episodio raccontato da Michele Serra, uno dei ritratti più umani e feriti di Villa. Serra ricorda un incontro di decenni prima, quando il cantante lo affrontò per una battuta sui suoi “gemelli grossi come dischi volanti”. Non gli importava che Serra non apprezzasse la sua voce. Lo aveva ferito l’ironia sui suoi abiti, perché — disse — era un attacco alla sua credibilità di “uomo del popolo”. Villa non era solo un cantante: era un’identità sociale, un ruolo, un’idea di italianità che lui difendeva come una missione.
E poi ci sono le ombre: i figli illegittimi, le polemiche, la morte annunciata in diretta al Festival di Sanremo del 1987. Un finale quasi teatrale, perfettamente in linea con la sua vita: Villa muore mentre l’Italia guarda la televisione, e la notizia arriva come un colpo di scena. Un Paese intero scopre che il suo “Reuccio” non c’è più proprio nel tempio della canzone che lui aveva dominato per decenni.
Ma il punto è che Villa non è mai stato un artista “tranquillo”. Era un uomo che viveva tutto in eccesso: la voce, l’ego, le passioni, le liti, gli amori, la popolarità. Era un cantante che non voleva piacere a tutti, ma voleva piacere al suo pubblico — quello vero, quello che lo seguiva nei teatri, nelle balere, nelle case. E quel pubblico lo ha amato come pochi altri.
Riascoltato oggi, Villa sembra venire da un’Italia che non esiste più: un Paese melodrammatico, sentimentale, orgoglioso, che non aveva paura di cantare a squarciagola. Ma proprio per questo continua a parlarci. Perché Villa non è stato moderno, non è stato postmoderno: è stato popolare. Nel senso più puro, più difficile, più irriducibile del termine.
Cent’anni dopo, il suo lascito non è un repertorio di canzoni — è un modo di stare sulla scena. Senza pudore, senza ironia, senza paura di essere troppo. In un’epoca in cui tutti cercano di sembrare misurati, Villa resta un monumento all’eccesso. E forse è per questo che, anche oggi, non riusciamo a metterlo da parte.
Claudio Villa non è stato un cantante. È stato un carattere. E i caratteri, si sa, non invecchiano.

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