Letteratura

Ariosto oggi: il Furioso e la questione di genere

Il suo poema cavalleresco è un laboratorio di tensioni: misoginia e filoginia, ordine e caos, libertà e controllo. Tra Rinaldo, Marfisa e Bradamante, Ariosto interroga il ruolo delle donne e riflette sfide ancora attuali

  • 3 gennaio, 08:00
"Angelica e Medoro", di Jacques Blanchard

"Angelica e Medoro", di Jacques Blanchard

  • IMAGO / piemags
Di: Giulia Apollone  

L’Orlando furioso ci parla ancora oggi, e non è un caso. Ariosto, con la sua audacia e la sua ironia, affrontava già nel Rinascimento temi che sentiamo attuali: identità di genere, disparità di potere, libertà e controllo. Perché sì, il Furioso non è solo un poema cavalleresco: è un laboratorio di idee e contraddizioni, dove convivono discorsi opposti come misoginia e filoginia, ordine e caos. E così, quello che sembra un racconto di cavalieri e magie diventa uno specchio del tempo di Ariosto… e, sorprendentemente, anche del nostro.

Uno dei passaggi più celebri del poema è quello in cui Rinaldo si pone una domanda scomoda: una donna deve morire perché ha ceduto al desiderio del suo amante? Il paladino prende posizione contro una legge crudele che condanna a morte le donne infedeli e propone di abolirla, sostituendola con una norma più equa, capace di riconoscere alle donne la stessa libertà sessuale concessa agli uomini. Un’idea che, nel Cinquecento, suona quasi scandalosa e rivoluzionaria. Ma Ariosto non è mai lineare né consolatorio: subito introduce crepe, ambiguità, ironie che smontano ogni certezza.

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Rinaldo, infatti, appare progressista solo in parte. Non parla di reciprocità nella fedeltà, non mette realmente in discussione il sistema patriarcale e, soprattutto, continua a decidere per le donne, senza riconoscerne l’autonomia. Non a caso, molti studiosi leggono questo episodio come un’iperbole ironica (soprattutto per l’epoca in questione): una proposta volutamente eccessiva, destinata a restare impraticabile. Ed è proprio qui che emerge la cifra del Furioso: Ariosto non offre risposte definitive, ma mette in scena il dibattito, lasciando il lettore sospeso tra adesione e dubbio.

Questa tensione attraversa l’intero poema, anche se alcuni passaggi appaiono più rassicuranti e meno aperti a interpretazioni. Nel Canto XX, il narratore riflette sul silenzio della storia nei confronti delle donne, attribuendolo alla «invidia o il non saper degli scrittori», e celebra le figure femminili virtuose del suo tempo. Ma il Furioso non si ferma alla teoria: dà corpo a queste riflessioni attraverso personaggi memorabili come Marfisa e Bradamante, guerriere che infrangono i ruoli di genere e aprono interrogativi sul ruolo delle donne nella società rinascimentale.

Emblematica è la vicenda dell’isola delle donne omicide (Canto XIX), un regno di amazzoni in cui gli uomini sono costretti a scegliere tra la morte e una vita di schiavitù sessuale. Per ottenere la libertà, devono affrontare una giostra contro dieci guerrieri e poi soddisfare dieci donne. Qui Marfisa sovverte le regole, combattendo al posto degli uomini e appropriandosi dello spazio bellico tradizionalmente maschile. L’isola diventa così un mondo capovolto, dove la superiorità femminile è istituzionalizzata e l’identità maschile marginalizzata. Ma il caos non si risolve con la forza: è il corno magico di Astolfo ad azzerare ogni dinamica di potere, come a suggerire l’instabilità di qualunque dominio assoluto.

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Accanto a queste figure potenti, Ariosto colloca però pure personaggi apertamente misogini, come Rodomonte, che dopo essere stato respinto da Doralice si scaglia contro la presunta incostanza femminile. Il narratore lo critica, ma subito dopo ironizza, sostenendo che la maggior parte delle donne è fedele… pur ammettendo di aver incontrato solo quelle meno oneste. Ancora una volta, il poema dice e nega, afferma e ritratta, senza mai consegnare una verità univoca.

Chi è, dunque, la donna ariostesca? Forse tutto, forse nulla: mai una figura immobile, mai davvero definibile. Eroina o tentatrice, vittima o soggetto attivo, resta sempre al centro di una narrazione che non smette di interrogarla. In questa ambivalenza, Ariosto ci invita a sostare nel dubbio e nella complessità, offrendoci non solo lo specchio del Rinascimento, ma anche, ancora, uno sguardo sorprendentemente vicino alle sfide di oggi: identità fluide, realtà misogine, ruoli in trasformazione e tensioni costanti tra libertà e controllo. Come nel Furioso, il pendolo sembrerebbe non smettere di oscillare tra progresso e regressione.

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  • Andrea Fazioli e Marco Pagani

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