“Come va il lavoro?” è una di quelle domande che ci si pente subito di aver fatto. Se la risposta è positiva, la discussione si risolve in un massimo di cinque parole; se è negativa, diventa presto molto deprimente. Il tema è delicato.
Legati al lavoro, oltre agli evidenti aspetti di sostentamento e autonomia, ci sono fattori identitari e comunitari complessi, come la realizzazione personale, l’autoefficacia e il senso di appartenenza sociale. In un’epoca attraversata da profondi cambiamenti sociali, un tema così radicato alla percezione e alla narrazione del sé genera profondi turbamenti.
Se ne rendeva conto Gregor Samsa, reso dalla penna di Kafka peso inutile per la famiglia quando la sua metamorfosi lo rende improduttivo – lo sapeva Alfonso Nitti, inetto che in Svevo finirà per essere schiacciato dalla vita d’ufficio. La letteratura ha fatto da sempre da cartina tornasole del rapporto tra persona e lavoro. E oggi non smette di farlo.
Quando la “metamorfosi” diventa “trasformazione”
Alphaville 21.11.2025, 11:45
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Un esempio emblematico è Il mio anno di riposo e oblio della statunitense Ottessa Moshfegh. Uscito nel 2018 ma diventato un caso letterario solo qualche anno dopo grazie a un passaparola frenetico sui social, il romanzo nasce da uno spunto narrativo interessante: la decisione della protagonista di lasciare il suo posto di lavoro in una galleria d’arte e imbottirsi di narcotici per un anno. L’obiettivo: assentarsi, lasciare che siano gli altri a portarsi addosso il peso della vita. Un po’ Holden Caulfield – ma senza turbamenti adolescenziali – e un po’ Patrick Bateman – ma senza le tendenze omicide – la protagonista dell’opera della Moshfegh prende la scelta di non scegliere, di rimandare, di prendersi una pausa dal vivere stesso. Il risultato è un romanzo dai tratti fortemente satirici e oscuri, che porta a riflettere sul sentimento di rifiuto all’iperproduttività.
Un rifiuto che in tempi recenti ha permeato anche le pagine di un giovane autore giapponese: Ao Omae. Nella sua raccolta di racconti, Le persone che parlano con i peluche sono gentili, lo scrittore classe 1992 affronta a più riprese – ma senza mai nominarlo – il fenomeno degli hikikomori. Il ritiro sociale autoimposto è in questo caso, a differenza di quanto accade nell’opera di Ottessa Moshfegh, più legato alla sensibilità dei protagonisti e alla loro paura di non soddisfare le aspettative sociali. Una pressione di perfezione e realizzazione che finisce per schiacciare i giovani e causare loro una forte ansia per le interazioni.

Giovani isolati: l'hikikomori preoccupa
Il Quotidiano 22.05.2025, 19:00
Restando in Giappone e parlando di aspettative sociali, va citata quella che è sicuramente l’opera meno estrema di Murata Sayaka, ma al contempo quella più legata a tematiche lavorative: La ragazza del convenience store. In questo caso Keiko Furukura, protagonista del romanzo, un lavoro ce l’ha: è una commessa part-time in un kombini – una sorta di minimarket giapponese a orario continuato – a Tokyo. Attraverso il suo lavoro Keiko – la cui neurodivergenza viene solo suggerita e mai esplicitata – riesce a trovare struttura e significato alla sua vita. Il problema è che dal punto di vista sociale la sua occupazione viene vista come un classico “lavoro da studenti”, di conseguenza Keiko dovrà affrontare le pressioni di amici e parenti a desiderare di più.
Da ultimo, tornando negli Stati Uniti e capovolgendo di nuovo la problematica, nella raccolta di racconti Rifiuto, Tony Tulathimutte ci porta a confrontarci con la volontà di produttività spinta all’eccesso. Il racconto è Un futuro da sballo e il protagonista è ossessionato dal miglioramento personale, e vuole trasformare la propria esistenza nel progetto più efficiente possibile. Una tendenza che dal lavoro si estenderà a tutti i lati della sua vita, portandolo a trattare le relazioni umane come meccanismi da stimolare e manipolare al fine di migliorarsi. Una satira lucida e precisa, contenuta in una delle opere più rilevanti dell’ultimo anno.
Insomma, il quadro che emerge da questa ricognizione è tanto eterogeneo quanto inquietante: se Kafka e Svevo avevano preconizzato l’alienazione lavorativa, gli autori contemporanei sembrano registrare la definitiva invasione del sé. E forse, allora, la letteratura oggi non serve solo a denunciare l’incubo dell’efficienza, ma ci offre una via di fuga: lo spazio per restare, almeno sulle pagine di un libro, orgogliosamente imperfetti, improduttivi, inefficienti. E finalmente umani.

Mondo del lavoro, sfide generazionali
Prima Ora 26.02.2026, 18:00





