Apre con L’infinito di Giacomo Leopardi, ma si muove tra universi possibili, teorie della conoscenza e vertigini contemporanee: Dura madre, l’ultimo romanzo dello scrittore ticinese di origine croata Sergej Roic (Mimesis), è un’opera che sfugge alle etichette e costruisce un ponte tra letteratura, filosofia e immaginazione scientifica. Non a caso il libro è stato accolto dal Centro nazionale di studi leopardiani di Recanati, segno di un dialogo esplicito con la tradizione e, allo stesso tempo, di una tensione verso nuovi orizzonti narrativi.
Per Roic, Leopardi non è un semplice riferimento, ma una chiave di volta: «Mi è venuto in soccorso Giacomo Leopardi col suo Infinito. Allora ho inserito la poesia nel romanzo e funzionava tutto come per miracolo». In quella scelta si compie il disegno dell’opera, un “giro circolare” che tende a restituire «questa specie di enorme movimento temporale» e la percezione di un universo «che è un abisso».
"Dura madre. L'infinito di Leopardi" di Sergej Roić, Mimesis (copertina)
Il libro si presenta come un romanzo fanta‑filosofico, definizione che l’autore accoglie senza esitazioni: «Non è fantascienza pura… è una ricerca, un percorso». Non ci sono inseguimenti tra le stelle, ma idee, interrogativi, riflessioni. La vicenda segue le tracce di un progetto di catalogazione universale della memoria, in cui perfino la poesia leopardiana viene archiviata come documento. Un espediente narrativo che diventa occasione per interrogare il rapporto tra sapere, coscienza e identità.
Al centro di Dura madre c’è infatti la memoria, intesa come fondamento dell’umano: «Senza memoria noi non ci siamo», afferma Roic. «La memoria è il nostro organo di conoscenza». Non solo archivio del passato, ma condizione della nostra stessa esistenza, strumento evolutivo e ponte verso il futuro. In questa prospettiva, la riflessione filosofica si intreccia con suggestioni che vanno da Platone alla fisica quantistica, in un continuo slittamento tra pensiero e realtà. «Ci sono idee che esistono prima dell’esperienza», osserva l’autore, evocando una dimensione in cui la conoscenza non si limita a registrare il mondo, ma lo anticipa.
A guidare il romanzo è proprio questa tensione: capire se il pensiero preceda la realtà o ne sia il riflesso. «L’osservatore in qualche modo concretizza l’evento», suggerisce Roic, aprendo scenari in cui la percezione stessa diventa creatrice. Ne nasce un racconto che non offre risposte definitive, ma moltiplica le domande, rendendo il lettore parte integrante del processo conoscitivo.
Il titolo, Dura madre, rimanda alla membrana che protegge il cervello, metafora potente della condizione umana. «Questa protezione permette alla nostra soggettività di svilupparsi», spiega Roic. La fragilità dell’uomo — «un animale indifeso» — trova in questa immagine una forma di resistenza: uno spazio interiore in cui immaginazione, memoria e pensiero possono crescere.
Attraverso una scrittura che coniuga narrazione e riflessione, Roic costruisce così un romanzo che interroga il presente senza rinunciare alla profondità della tradizione. Un libro che, come l’eco leopardiana suggerisce, guarda all’infinito non per smarrirsi, ma per comprendere meglio ciò che siamo.
Fanta – filosofia in romanzo
Alphaville 25.05.2026, 11:05
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