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Sorj Chalandon: la verità, la guerra, la scrittura

Un percorso narrativo che nasce dall’esperienza diretta della guerra e della memoria personale, e che nel nuovo romanzo “Il libro di Kells” rinnova l’intreccio tra autobiografia e storia collettiva

  • Oggi, 10:00
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Di: Laser/gapo 

Non scrive per curarsi, ma per condividere. È da questa posizione, dichiarata senza ambiguità, che si entra davvero nel lavoro dello scrittore e reporter francese Sorj Chalandon. Per anni inviato di guerra nei luoghi più segnati dalla violenza contemporanea, dall’Irlanda del Nord al Libano, la sua opera narrativa nasce in continuità con quell’esperienza, senza mai cercare consolazione o semplificazione. Con il nuovo romanzo Il libro di Kells si conferma capace di raccontare grandi eventi storici intrecciandoli con elementi autobiografici.

All’origine c’è anche una storia personale segnata dalla menzogna. Cresciuto con un padre che costruiva continuamente realtà alternative, trova nel giornalismo una risposta etica prima ancora che professionale: la ricerca della verità come opposizione radicale all’inganno. Il reportage diventa per lui un modo di smascherare le falsificazioni del mondo e, insieme, per prendere le distanze dalla propria storia familiare. Ma non basta. Perché, se il giornalista deve farsi da parte e cancellare l’io per lasciare spazio ai fatti, lo scrittore compie il movimento opposto: recupera la prima persona, il diritto di dire “io”, di sentire e di reagire, come sottolinea lui stesso ai microfoni di Laser.

Il passaggio alla narrativa nasce proprio da questa esigenza. Nei romanzi trova uno spazio che il giornalismo non concede: quello in cui l’esperienza può essere attraversata anche emotivamente. Dopo venticinque anni passati a raccontare guerre, senza mai potersi permettere di cedere davanti al dolore, la finzione diventa il luogo in cui finalmente elaborare ciò che ha visto. In particolare il Libano, e soprattutto il massacro di Sabra e Shatila, rappresentano una frattura insanabile: la violenza sui civili, e soprattutto sui bambini, resta come misura estrema dell’orrore della guerra.

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Le ferite della storia

Laser 27.05.2026, 09:00

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  • Riccardo Michelucci

Accanto al Libano, l’Irlanda del Nord è l’altro asse centrale del suo percorso. Un conflitto vissuto non solo da osservatore ma, a un certo punto, anche da uomo coinvolto emotivamente e politicamente. È l’unica volta, racconta, in cui ha preso posizione apertamente, fino alla decisione di smettere di scriverne. Da quell’esperienza nasceranno alcuni dei suoi romanzi più importanti, segnati dal trauma di un’amicizia finita male: la scoperta che una persona vicina fosse in realtà un traditore. Un fatto impossibile da restituire nei limiti del giornalismo, e che trova invece nella letteratura la sua forma.

Con il nuovo romanzo Il libro di Kells si conferma capace di intrecciare grandi vicende storiche ed esperienza personale. Ambientato nella Parigi degli anni Settanta, il romanzo racconta la storia di un ragazzo in fuga da un padre violento, costretto a reinventarsi tra la strada, l’impegno politico e un progressivo percorso di formazione. Ne emerge un racconto di crescita in cui alla durezza del contesto si affiancano la scoperta della cultura, della solidarietà e la possibilità di scegliere una via diversa dalla violenza.

Eppure, dentro una scrittura così segnata dalla sofferenza e dal tradimento, resta uno spazio per qualcosa che assomiglia alla speranza. Non un’illusione facile, ma una resistenza minima, ostinata. L’immagine è quella di una luce fragile che continua a esistere anche nei momenti più bui, come nell’incontro con chi, nonostante tutto, continua a lottare.

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