Come si racconta a un bambino che il papà o la mamma sono in carcere? Spesso la risposta adulta è il silenzio, o una verità attenuata fino a diventare ambigua. Eppure, proprio quel vuoto di parole rischia di amplificare paure, sensi di colpa e fantasie destabilizzanti. È da questa consapevolezza che nasce Lillo e il Bosco delle Lucciole, fiaba illustrata di Sabina Barichello, psicologa e psicoterapeuta impegnata da anni accanto alle famiglie dei detenuti.
Il libro prende forma a partire da un’esperienza concreta, maturata quotidianamente nello spazio d’incontro “Pollicino”, all’interno delle carceri ticinesi. «La motivazione che mi ha spinto a scrivere questo libricino nasce proprio dall’esigenza di dare strumenti in più ai genitori che faticano ad affrontare una tematica così dolorosa con i propri figli», spiega Barichello. Un’urgenza che riguarda bambini spesso «apparentemente all’oscuro di tutto, ma in realtà molto più attenti e sensibili di quanto si pensi».
Nel racconto, il protagonista è un leoncino il cui padre non può tornare a casa perché “in punizione in un posto lontano”. Una metafora che consente di avvicinare la realtà senza negarla. «È difficile spiegare a un bambino certe cose con un linguaggio adulto», osserva l’autrice, «le fiabe, con le loro immagini e metafore, sono il mezzo migliore per aiutare a capire e anche a guarire».
Tra le immagini più potenti del libro c’è quella di una piccola nuvola scura che accompagna Lillo: una presenza costante che rappresenta il peso emotivo della separazione. «Quella nuvoletta è il disagio che il bambino si porta dentro», racconta Barichello. «Le emozioni più comuni sono la paura, il senso di abbandono e spesso la convinzione di essere colpevoli». In assenza di parole chiare, infatti, i bambini tendono a costruire spiegazioni autonome, spesso più dolorose della realtà stessa.
Il nodo, allora, è proprio dire la verità — trovando però il modo giusto. Quando il segreto viene sciolto, nel racconto «i colori tornano, i legami si riattivano», anche se il processo non è mai immediato né automatico. La narrazione diventa così un ponte tra ciò che è difficile da dire e ciò che è necessario comprendere.
"Lillo e il Bosco delle Lucciole" di Sabina Barichello, Multiuniverso Edizioni (copertina)
Accanto allo sguardo psicologico, emerge anche quello dell’istituzione penitenziaria. «È fondamentale riuscire a ricavare dentro il carcere una sorta di isola», spiega Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie ticinesi. Spazi come “Pollicino” — colorati, accoglienti, pensati per i bambini — sono progettati per «sottrarre l’incontro con il genitore al grigiore del carcere» e restituirgli una dimensione relazionale autentica.
Per i detenuti, mantenere il legame con i figli è molto più di un conforto: «È un pilastro del percorso di risocializzazione», sottolinea Laffranchini. «Più ancora del lavoro o della formazione, sono i rapporti familiari a dare la forza per rialzarsi». Anche per i bambini, la continuità del legame è essenziale: «Le figure genitoriali sono un punto di riferimento per l’equilibrio psichico», ricorda Barichello, evidenziando come la loro assenza possa tradursi in difficoltà scolastiche, aggressività o chiusura.
In questo intreccio di fragilità e resilienza, Lillo e il Bosco delle Lucciole si propone come uno strumento semplice ma prezioso. Una storia che non edulcora il dolore, ma lo rende dicibile, accessibile, condivisibile. Perché, come suggerisce implicitamente la fiaba, è proprio la verità — se raccontata con cura — a illuminare il cammino, come le lucciole nel buio del bosco.
Dov’è papà? I carcerati e i loro figli
Alphaville 08.05.2026, 12:05
Contenuto audio
