1957-2026

Scott Adams, il cartoonist che ha smascherato l’ufficio

Con “Dilbert” ha dato voce a una generazione di lavoratori disillusi, trasformando la routine professionale in teatro dell’assurdo. Un autore che ha cambiato il modo di raccontare il lavoro moderno

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Scott Adams
  • Keystone
Di: Mat Cavadini 

Scott Adams è morto il 13 gennaio 2026, a 68 anni. La notizia è arrivata quasi in sordina, com’è tipico delle figure che hanno già detto tutto attraverso il loro lavoro. E nel suo caso il lavoro è Dilbert: una striscia che non ha solo raccontato la vita d’ufficio, l’ha decodificata. L’ha resa visibile. L’ha trasformata in linguaggio comune.

Adams aveva un talento raro: vedere l’assurdo dove tutti vedevano la normalità. Prima di diventare cartoonist era un impiegato qualunque, intrappolato nei corridoi della Pacific Bell. È lì che ha capito che il vero materiale narrativo non erano le grandi storie, ma le piccole umiliazioni quotidiane: il manager che parla per slogan, la riunione che non porta da nessuna parte, il collega che sopravvive solo grazie al cinismo. Dilbert nasce così: come un atto di resistenza minima, un modo per dire “lo vedo anch’io”.

Il resto è storia. Dagli anni Novanta in poi, la striscia diventa un fenomeno globale. Pubblicata in migliaia di giornali, tradotta ovunque, appesa negli uffici come un talismano contro la follia aziendale. Adams non inventa nulla: osserva. E nel farlo anticipa tutto. L’alienazione del lavoro digitale, la burocrazia che divora il senso, la leadership che si trasforma in caricatura. Prima che diventassero meme, erano già vignette. Un umorismo asciutto, spesso cinico, che però non scade mai nel moralismo.

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Il suo stile è chirurgico. Linee essenziali, dialoghi secchi, ritmo perfetto. Adams non ha mai avuto bisogno di effetti speciali: gli bastavano tre pannelli per smontare un’intera cultura. È questo il suo lascito più forte. Non l’umorismo – che pure è stato enorme – ma la capacità di trasformare il quotidiano in una lente critica. Di farci vedere che l’ufficio non è solo un luogo di lavoro, ma un sistema di potere, un teatro dell’assurdo, una macchina che produce identità e frustrazione.

Negli ultimi anni Adams era diventato una figura controversa, spesso più presente nel dibattito politico che nelle pagine dei giornali. Ma la sua opera resta. E resta soprattutto per ciò che ha fatto negli anni in cui il mondo corporate sembrava invincibile: lo ha raccontato senza reverenza, senza paura, senza illusioni. Lo ha reso ridicolo. E nel farlo ha dato a milioni di persone un modo per sopravvivere alle proprie giornate.

La morte di Adams chiude una parabola complessa, ma non chiude Dilbert. Le sue vignette continuano a circolare, a essere condivise, a essere appese ai monitor. Continuano a ricordarci che il lavoro è un luogo dove l’assurdo è la norma. E che ridere di tutto questo, a volte, è l’unica forma di lucidità possibile.

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