Letteratura

Shelagh Delaney

La vita? Solo un assaggio di miele

  • 25 November 2023, 06:43
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Shelagh Delaney
Di:Mattia Mantovani

John Osborne, Alan Sillitoe, il futuro Premio Nobel Harold Pinter, John Braine, William Cooper, e molti altri ancora. Le storie letterarie, che in maniera più o meno veniale tendono sempre alla semplificazione, li ricordano come gli “angry young men”, i “giovani arrabbiati”, dal titolo del testo teatrale di Osborne, “Look Back in Anger”, “Ricorda con rabbia”, che nel 1956 segnò l’inizio della loro breve quanto intensissima stagione.

Il che è sostanzialmente vero, perché erano giovani ed erano anche arrabbiati nei confronti della società inglese, ancora ferma alle dinamiche dell’anteguerra e incapace di indicare nuovi sentimenti, nuove aspirazioni, nuove ragioni di vita. Però c’è una verità ancora più vera e ancora più negletta dalle storie letterarie, che oltre alla semplificazione tendono anche -in maniera talvolta molto meno veniale- alla dimenticanza: tra gli “angry young men” c’era anche una “angry young woman”. Che era la più giovane, all’epoca nemmeno ventenne, e anche la più arrabbiata, ma di una rabbia differente, più screziata e più profonda. E senza vie d’uscita.

Si chiamava Sheila “Shelagh” Delaney (il secondo nome, poi utilizzato come “nom de plume”, era un omaggio alle origini irlandesi), era nata il 25 novembre 1938 a Salford, una tignosa piovosa e rognosa periferia di Manchester, nel profondo nord, che per molti anni è stata la località più inquinata dell’intera Inghilterra, con un tasso di mortalità infantile da terzo mondo, e la sua era una rabbia per certi versi più rabbiosa e più sorda, ma anche maggiormente risolta e perfino lungimirante. Già, perché la giovanissima Shelagh, a differenza dei suoi colleghi maschietti, che si erano ritrovati ma anche persi nel vicolo cieco di un disperante e disperato ribellismo à la James Dean, aveva intuito ed espresso una verità fondamentale: non è soltanto questione di latitudine, la vita è ovunque una cosa che non si sa cosa sia, ci si fanno idee e illusioni e autoinganni, magari si assaggia perfino un po’ di miele, ma alla fine c’è solo il tempo che passa e si porta via tutto, proprio tutto, non solo il miele ma anche la rabbia.

Vera e propria “teenage wonder”, incredibilmente precoce, Shelagh Delaney ha espresso una simile verità a soli 18 anni con un testo teatrale che si intitola appunto “A Taste of Honey”, “Un assaggio di miele”, anche se l’unica traduzione italiana, pubblicata nel lontano 1962 da Sansoni, propone il fuorviante “Sapore di miele”. Portato sulle scene nel maggio 1958 dal leggendario “Theatre Workshop” di Joan Littlewood, “A Taste of Honey” divenne anche un celebre film diretto nel 1962 da Tony Richardson, uno dei registi di punta della corrente del “Free Cinema”, sorta di pendant anglosassone del neorealismo italiano. Un quarto di secolo dopo, intorno alla metà degli anni Ottanta, la vicenda raccontata nel testo teatrale (un tormentato e tragicomico rapporto di odio-amore tra la figlia Jo e la madre Helen) fornì lo spunto per una delle canzoni più belle e malinconiche degli Smiths di Morrissey, “This Night Has Opened My Eyes” (la terza canzone più triste della storia del rock, stando almeno a una speciale classifica stilata alcuni anni fa). Anch’egli di origini irlandesi, nato e cresciuto a Stratford, altra tignosa piovosa e rognosa periferia di Manchester, esattamente un anno dopo la prima messa in scena di “A Taste Of Honey”, Morrissey ha costantemente riconosciuto il proprio debito nei confronti della Delaney e lo ha espresso concretamente, citando molto spesso parti del testo teatrale nei propri brani e scegliendo l’immagine della giovane Shelagh per la copertina del singolo “Girlfriend in a Coma” e dell’antologia “Louder Than Bombs”. E infine dedicandole quella che sarebbe poi diventata una delle ultime canzoni degli Smiths, “Sheila, Take a Bow” (“Sheila, fa’ un inchino”), nel 1987.

Come ha scritto il suo massimo studioso in ambito italofono, Franco Lonati, che alcuni anni fa le ha dedicato un’illuminante monografia pubblicata dalle Edizioni Vita e Pensiero: «Shelagh Delaney è un caso unico nella storia del teatro britannico. Con la sua opera d’esordio ha contribuito a cambiare il volto del teatro inglese imponendosi tra gli autori più innovativi del suo tempo ed è poi rapidamente sparita dalla scena, dopo il mancato successo del suo secondo dramma. Da allora il suo nome è stato quasi dimenticato». Il “quasi” si spiega col fatto che le giovani generazioni lo hanno riscoperto proprio grazie a Morrissey e agli Smiths.

Ma cosa c’era di tanto innovativo in “A Taste of Honey”? Come ha osservato Lonati, la Delaney ha avuto «il coraggio di infrangere diversi tabù dell’epoca: scelse come protagoniste due donne della working class e privilegiò il punto di vista femminile, presentò come naturale e perfettamente accettabile una relazione interrazziale, fece di un omosessuale il personaggio più positivo del dramma, mostrò la determinazione e le paure di un’adolescente in attesa di un bambino concepito fuori dal matrimonio e, per soprammercato, con un ragazzo nero».

Era tutto quanto la giovanissima Shelagh aveva da dire. Non era poco, e in ogni caso era troppo per i parrucconi e i benpensanti in salsa “british”. Dopo l’insuccesso del secondo testo teatrale, “The Lion in Love”, e le tiepidissime accoglienze riservate al volume di racconti autobiografici “Sweetly Sings the Donkey”, intorno alla metà degli anni Sessanta la Delaney decise di sparire dalle scene e si limitò a scrivere qualche radiodramma e alcune sceneggiature cinematografiche. Si è tornati a parlare di lei soltanto alla sua morte, nel 2011, quando venne celebrata come grande drammaturga e narratrice. Troppo tardi, e in maniera troppo ipocrita. Osteggiata dalle élites culturali dell’epoca, sbeffeggiata perfino per la sua altezza e il suo aspetto fisico (era alta un metro e ottantadue, in un periodo nel quale l’altezza media del glorioso maschio britannico non raggiungeva il metro e settanta), considerata “persona non grata” nella natia Salford, Shelagh non ebbe nemmeno bisogno di attendere il consiglio del “figlioccio” Morrissey. Non ancora trentenne, ha “fatto un inchino” ed è uscita con coraggio da un ambiente che non l’aveva capita e in fondo nemmeno meritata. «Facciamo finta per un istante di essere vivi?», dice Jimmy Porter, il protagonista di “Ricorda con rabbia”. Shelagh Delaney ha colto e messo in pratica una verità ancora più semplice e più vera: facciamo sempre finta di essere vivi, prima dell’inchino e del sipario. Sheila, Take a Bow…

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