Hegel e Goethe lo detestavano, perché scorgevano in lui il poeta del caos e dell’irrazionale. Ma in compenso è stato letteralmente venerato da Baudelaire, Dostoevskij e Freud, che invece avevano individuato nella sua opera una penetrante e rigorosa analisi della scissione della personalità, ammirando in particolare la spietata metodicità con cui si era calato nei più oscuri abissi dell’animo umano («il precipizio che fa venire le vertigini», secondo le celebri parole del Woyzeck di Georg Büchner). Comunque sia, Ernst Theodor Amadeus Hoffmann ha conosciuto il destino che spetta a tutti (o quasi) i grandissimi: quello cioè di dividere i lettori in schiere contrapposte di ammiratori e denigratori (più i primi che i secondi, a dire il vero, al punto che a due secoli e mezzo dalla nascita si è concordi nel considerarlo un punto di snodo della cultura tedesca ed europea).
Note in libertà: E.T.A. Hoffmann (11./45)
Biscrome 21.03.2023, 15:30
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Nato a Königsberg il 24 gennaio 1776 e morto a Berlino il 25 giugno 1822, narratore visionario ma anche compositore di talento (oltre ai suoi testi musicati da altri, si ricorda in particolare Ondina, dal racconto dell’amico Friedrich de la Motte Fouqué), Hoffmann ha restituito in altissime figurazioni artistiche i contrasti che laceravano la sua epoca. È stato infatti un grande poeta romantico che ha evidenziato i limiti e le secche del romanticismo, ma è stato anche il precursore del realismo borghese che in ambito germanofono ha toccato poi i vertici ottocenteschi con Keller, Storm e Fontane, per sfociare infine nel Novecento con Thomas Mann. Ma in Hoffmann, con un secolo di anticipo, c’è anche un tratto schiettamente surrealista (l’impossibilità di distinguere realtà e sogno) e soprattutto c’è la scoperta dei territori dell’inconscio, in seguito esplorati dalla psicanalisi.
Dossier: “Romanticismo” (4./5)
Alphaville 18.01.2024, 12:05
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Hoffmann può quindi essere considerato a tutti gli effetti come il primo grande scrittore “moderno”, perché si è inoltrato con perturbante e analitico rigore nelle zone maggiormente buie della coscienza, raccontando in varie forme lo scindersi della personalità in una congerie irrelata di nuclei psichici: non più l’io umanistico, insomma, ma qualcosa di non meglio definibile. Sicuramente un nuovo stadio antropologico, che per molti versi anticipa l’oltreuomo di Nietzsche e il “delirio dei molti” di Musil: l’io non esiste, è una finzione, un’anarchia di atomi, non c’è alcuna distinzione tra il lato diurno e quello notturno. Alcuni lo avevano intuito prima di lui, ma nessuno lo aveva espresso con la sua chiarezza. Una simile percezione della realtà è presente, variamente declinata, in tutte le sue opere, da Gli elisir del diavolo ai Racconti notturni (tra i quali il celeberrimo Uomo della sabbia) per arrivare allo straordinario Il gatto Murr, il cui protagonista è un felino che racconta la propria biografia servendosi dei fogli sparsi di una biografia altrui, quella di un umano, il maestro di cappella Johannes Kreisler.
Pazzoide, inquietante e geniale, lo ha definito il compianto Italo Alighiero Chiusano, aggiungendo che ci sono “macchine” narrative forse «più utili e sante», ma «poche che il loro fine lo raggiungano meglio». Poeta, allo stesso tempo, dell’ordine e del caos, il “moderno” Hoffmann ha fornito una della più alte e profetiche testimonianze della crisi del soggetto. Basterebbe questa intuizione per considerarlo un contemporaneo del futuro e un ideale compagno di strada in un crepuscolo di apocalisse, ma forse la sua autentica attualità è un’altra, di segno solo apparentemente opposto. Due secoli e mezzo dopo, Hoffmann ci ricorda che le sirene del nulla e dell’irrazionale possono essere evitate e tacitate non già abbandonandosi all’enfasi del disincanto, quanto piuttosto seguendo la strada della razionalità, anche contro ogni evidenza, esattamente come Medardo ne Gli elisir del diavolo. È una strada impervia, ma attualissima proprio nella sua inattualità. Perché sembra ormai l’unica rimasta per ribadire, insieme alla disgregazione dell’io, l’esigenza di una verità almeno provvisoria.




