Società

La metafora dell’arancia

Il romanzo di Burgess e il film di Kubrick, più di mezzo secolo fa, mostrarono la violenza degli individui e quella del Potere. Il tema non è “datato”, anzi

  • Un'ora fa
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Di: Romano Giuffrida   

Violenza dell’immagine e immagine della violenza: questa figura retorica capace di creare un ribaltamento di senso ripetendo le parole di una frase in una frase successiva, ma in ordine invertito, è uno dei possibili piani di lettura del film Arancia meccanica di Stanley Kubrick (1928-1999). La pellicola del 1971 è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo dello scrittore e drammaturgo inglese Anthony Burgess (1917-1993). La trama, nei suoi aspetti essenziali, tra musiche rossiniane e beethoveniane, racconta di Alex (nel film interpretato da Malcom McDowell), a capo di una gang (i Drughi) che, dopo aver bevuto latte drogato, per divertimento picchia, ruba, stupra e uccide. In questa banalità del male si condensa la prima parte del racconto e, nel film, dà spazio all’immagine della violenza. Ma, anche per Alex vale il detto: un bel gioco dura poco e, soprattutto se il gioco in questione è criminogeno, il pegno da pagare è molto salato. E qui, si arriva alla violenza dell’immagine.

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 Una volta bloccato dalla polizia, Alex viene sottoposto alla cura Ludovico: forma estrema (e aberrante) di terapia dell’avversione utilizzata dallo stato per “riabilitare” i criminali per mezzo di un condizionamento psicologico forzato. Alex legato a una sedia e con le palpebre bloccate da divaricatori che gli impediscono di chiudere gli occhi, dopo essere stato costretto a ingerire farmaci che procurano nausea, è così obbligato a guardare per ore filmati di violenza. In questo modo il suo cervello, associando sempre più il malessere fisico alla violenza, alla fine rifugge anche il solo pensiero di qualsiasi abuso o sopraffazione.

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Ma così, Alex “guarisce”? Diventa un buon cittadino? E’ nella risposta a questi interrogativi che si racchiude il senso del film e il significato dell’opera di Burgess. Già il titolo Arancia meccanica mostra da subito la posizione dello scrittore rispetto alla questione della violenza che permea il romanzo. L’espressione arancia meccanica deriva dal gergo britannico clockwork orange e indica qualcosa che è naturale (l’arancia usata come metafora dell’uomo), ma che interiormente nasconde una natura meccanica creata dall’educazione imposta dal sistema. Questa, secondo Burgess, può essere “caricata” da «Dio, dal Diavolo o dallo stato onnipotente» e, come un congegno a orologeria, al momento opportuno, fa scatenare la violenza. A partire da questa considerazione che mette in luce la poliedricità del concetto di violenza (individuale, collettiva, statuale), il film porta a interrogarsi sul monopolio della violenza da parte dello stato e sulla liceità del percorso forzato di “disinnesco” (con la violenza delle immagini) della violenza di Alex.

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Come aveva già fatto Burgess, anche Kubrick su questo aspetto, è categorico nel negare il diritto dello stato di agire con mezzi simili: «È necessario che l’uomo possa scegliere tra bene e male e che ci sia il caso in cui egli scelga il male. Privarlo di questa possibilità di scelta, significa renderlo qualcosa di inferiore all’umano – un’arancia meccanica appunto». Indiscutibilmente, il ragionamento non fa una piega, manca però un’analisi della violenza, di cui Alex è un’icona che Kubrick sembra vezzeggiare ambiguamente («Alex ti trascina dentro la sua visione della vita. La storia produce questo effetto, che è per la mente del pubblico l’illuminazione artistica più piacevole e sorprendente»). Certo, in un mondo dove la violenza, statuale e no, impera e la legge del più forte, come ai tempi della clava, continua a essere considerata “Legge della storia”, interrogarsi oggi (come ieri) sulla violenza stessa o sulla scelta dell’individuo tra bene e male, purtroppo rischia di essere solo uno svagato quanto desueto intrattenimento intellettuale. A sua volta però, la sola spettacolarizzazione della violenza, da tempo immemorabile merce “ad alto valore aggiunto” per i media, ha banalizzato e reso abituali la crudeltà e la sopraffazione, validando, nel contempo, la legge del più forte. Non è un bel risultato, e lo constatiamo quotidianamente.

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