Troppo spesso Richard Yates è stato considerato il più importante dei minori americani – per Esquire «uno dei grandi scrittori meno famosi del paese», nonostante opere maiuscole come Revolutionary Road, che il pubblico del ventunesimo secolo conosce per l’adattamento cinematografico di Sam Mendes – anche se la verità è che di piccolo aveva solo i temi e i personaggi che si sceglieva. Ma gli scrittori sono fatti anche dai loro temi e dai loro personaggi, e a volte paiono mutuarne, mimarne o rifletterne il destino.
Kurt Vonnegut Jr., che di Yates era diventato amico ai tempi dell’insegnamento di entrambi allo Iowa Writers’ Workshop, ha raccontato un aspetto inedito del suo carattere (nel libriccino di omaggi Richard Yates, un classico americano, curato del suo storico editore americano Seymour Lawrence e pubblicato in italiano da Minimum Fax): «Bramava di vivere come Francis Scott Fitzgerald quando era ricco, famoso e giovane, e di tuffarsi nella fontana del Plaza con i vestiti addosso e le tasche piene di banconote.»

Non ce lo vediamo troppo, Yates, il cantore degli sconfitti, dei depressi, di coloro che scoprono di essere in fondo mezze calzette, protagonista di una scena del genere. E infatti non lo fu mai. Revolutionary Road ebbe ottime recensioni e arrivò finalista al National Book Award (c’erano altri due capolavori in finale: Franny & Zooey di J.D. Salinger e Catch-22 di Joseph Heller, oltre all’oggi sconosciuto L’uomo che andava al cinema di Walker Percy; inutile dire quale dei quattro si aggiudicò il premio), ma non superò le dodicimila copie di venduto. Un buon risultato per un esordiente, ma non tale da gridare al caso editoriale, specie nel mercato americano dell’epoca.
Per tutta la vita Richard Yates cercò di superare Revolutionary Road, sia in termini stilistici e formali che di vendite, e mai ci riuscì. Per quanto la sua produzione includa romanzi ragguardevoli come Easter Parade o Disturbo della quiete pubblica, quasi tutti i suoi lettori – e anche in lingua italiana non ne ha pochi – concordano nel dire che l’unico suo libro in grado di competere davvero con quell’esordio così impeccabile sono i racconti di Undici solitudini. Scritti, si badi bene, prima del debutto nel romanzo, anche se pubblicati dopo.
Ma torniamo a Vonnegut e al suo omaggio: «Una cosa ci tengo a dirla, davanti a voi tutti,» afferma col solito piglio da affabulatore, «Richard Yates era uno scrittore più scrupoloso di Fitzgerald, e dotato di una capacità di osservazione ancor più acuta. È molto meno famoso di lui perché non ha lavorato accanto a una folla di personaggi affascinanti come Hemingway, Stein o Picasso […] e a differenza di Fitzgerald e Hemingway ha dovuto sopportare la condizione squallida e umiliante di essere un soldato semplice, impegnato in una guerra quotidiana per sopravvivere. A differenza di loro, non ha mai potuto prendere le distanze dalla vita borghese negli Stati Uniti. E perciò è della vita borghese che ha finito per scrivere. Proprio come un altro outsider della letteratura, Tennessee Williams, ha celebrato il coraggio senza attrattiva degli americani che non hanno mai potuto contare qualcosa.”
Revolutionary Road di Richard Yates
RSI Cultura 23.06.2007, 14:35
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C’è poco da aggiungere. Yates era questo, e in questo stava peraltro il suo bello: tutti noi lettori orfani di Raymond Carver, trovammo in lui un nuovo, dolente realista, di talento non inferiore. Ma Carver, in qualche modo, è riuscito ad appropriarsi della grandezza, forse grazie all’etichetta di “minimalista” (poi contraddetta, e al tempo stesso alimentata, dalla scoperta che quel minimalismo era tutto frutto dei tagli del suo editor Gordon Lish), forse riuscendo ad apparire più tragico di Yates, che aveva tra le caratteristiche della propria scrittura una lavoratissima temperanza, una pervicace volontà di andare a trovare sì il tarlo profondo, ma senza mai farla troppo lunga, piangersi addosso né far sceneggiate. Era pieno di drama – anche nella vita privata: non beveva meno di Carver, e prima di esordire aveva già mandato a gambe all’aria un matrimonio – ma non era una drama queen: era un raffinato signore della scrittura che raccontava quello che vedeva e che aveva vissuto. E quello che aveva vissuto era anzitutto una serie infinita di delusioni, temperata tuttavia dal continuo elogio della critica e dei pari; dalla conferma costante del proprio talento, unita alla consapevolezza che non lo avrebbe mai portato né alla fama, né – e questo sì che fa male – al superamento dei suoi primi risultati letterari.
Ancora oggi Richard Yates è un’eco sorda, un bordone doloroso nella storia della letteratura americana, che forse rischierà di nuovo di venir dimenticato; ma se non lo farà, non sarà grazie a omaggi di editori o altri scrittori, bensì grazie al fatto di averci insegnato che un capolavoro (anzi due) si può fare con tutto, ma proprio con tutto: anche con vite piccole, frustrate, meschine e in fondo poco interessanti.





