Letteratura

Kolchoz di Emmanuel Carrère: testimoniare mentre il mondo crolla

La morte dei genitori, gli archivi familiari e la guerra in Ucraina nell’ultimo libro dello scrittore francese

  • 55 minuti fa
Copertina di "Kolchoz" di Emmanuel Carrère
  • IMAGO / ABACAPRESS
Di: Alessio von Flüe 

Come si unisce la propria storia alla Storia, quella con la “S” maiuscola? È un compito complicato per tutti, soprattutto in questi anni in cui molte certezze sembrano saltare. Lo è ancora di più se ti chiami Emmanuel Carrère, hai fatto fortuna dicendo “io” con forza nelle tue opere, e ora devi fare i conti con la morte dei tuoi genitori, l’eredità familiare e una guerra che riporta la Russia al centro della tua vita.

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Emmanuel Carrère

Il Recensore 10.12.2024, 19:10

  • Keystone

Non stupisce che Kolchoz, ultimo libro di Carrère uscito per Adelphi il 5 maggio scorso, si apra proprio con questa tensione: come unire la dimensione orizzontale della vita – l’amore, l’amicizia, i legami nel presente – a quella verticale – i rapporti fra generazioni e l’eredità del sangue? Carrère ha già affrontato questo equilibrismo narrativo, ma oggi il compito sembra più arduo:

(…) sono fra quelli, sempre più numerosi, convinti che stiamo andando incontro a una catastrofe storica senza precedenti, il tracollo della nostra civiltà, se si è ottimisti, e, se si è pessimisti, l’estinzione della nostra specie. Se è vero, se davvero sta accadendo questo, che senso ha scrivere di altro?

Emmanuel Carrère, “Kolchoz”

Un dubbio comprensibile. Eppure c’è un’urgenza che prevale. L’autore ha perso entrambi i genitori nel 2023, a poca distanza l’uno dall’altra. In eredità gli sono rimasti dei faldoni nei quali il padre ha documentato con cura la storia degli Zourabichvili, la famiglia della moglie fuggita dalla Russia dopo la rivoluzione del 1917. A vincere è la letteratura come testimonianza:

Ma gli ultimi mesi dei miei genitori, ma l’abisso di tempo che mi separa dal bambino che sono stato negli anni Sessanta, pazzo di gioia quando sua madre gli sorrideva dai gradini di ceramica azzurra della piscina di Cazères-sur-Garonne, per quanto minuscoli siano, non sono insignificanti. Ciò che avremo conosciuto nel nostro piccolo fazzoletto di terra e in nessun altro, nella nostra piccola finestra di tempo e in nessun’altra, nel piccolo essere che ci è stato dato di abitare e in nessun altro, il mondo può anche crollare – e con ogni evidenza sta crollando –, ma resta comunque il mestiere di persone come me renderne conto. Allora, poiché loro sono morti, e fintanto che sono vivo, lo faccio io.

Emmanuel Carrère, “Kolchoz”

L’autore torna così a parlare della famiglia di Hélène Carrère d’Encausse, dopo Un romanzo russo (2007), libro che aveva causato due anni di silenzio tra madre e figlio. Questa volta ne percorre la storia lungo un secolo intero. Scopriamo l’impatto dello sradicamento su Hélène, la sua personalità paradossale: brillante ed esigente quanto incline all’esagerazione. Un’eroina affascinante e insopportabile.

Al suo fianco Louis, il marito che documenta ossessivamente la vita della moglie cercando forse un’intimità svanita nel quotidiano. Stanno insieme ma separati in casa per cinquant’anni, dandosi del “voi” per tutta la vita. Due caratteri forgiati dalla storia del Novecento europeo, due solitudini che convivono.

E poi c’è l’”io”: il narratore tormentato, in bilico tra amore e risentimento. Rielabora gli archivi di famiglia, annota la morte della madre in un file chiamato MDM (Mort de Maman), rimette in discussione il suo rapporto con la Russia alla luce della guerra in Ucraina. Di nuovo la storia che incontra la Storia. Il tentativo, sempre rinnovato, di ricucire legami e costruire ponti.

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L’autofiction tra letteratura e cinema: quando l’io diventa racconto

Kappa e Spalla 06.05.2026, 18:15

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  • Natascha Fioretti

La guerra in Ucraina attraversa il libro come una ferita aperta. Per Carrère, che ha dedicato anni a esplorare la Russia – da Limonov a Un romanzo russo – l’invasione del febbraio 2022 rappresenta una frattura dolorosa. L’autore si interroga: come si può continuare a rivendicare un legame con un paese che aggredisce e distrugge? Come si concilia l’eredità familiare con quello che percepisce come l’orrore del presente? Sono domande che non trova modo di risolvere, ma che attraversano Kolchoz come un basso continuo, rendendo ancora più urgente il bisogno di testimoniare.

Si potrebbe dire che in Kolchoz Carrère non faccia nulla di nuovo. Chi conosce le sue opere ha già visto questo metodo all’opera. Eppure va riconosciuto il merito all’autore – uno dei maestri contemporanei dell’autofiction – di continuare a espandere la sua riflessione, di unire i puntini tra le diverse dimensioni della narrazione del sé.

L’operazione diventa così un’applicazione metodica della sua poetica: testimoniare, fissare frammenti di vita sulla pagina e trasformarli in narrazione. Un modo di abitare il presente senza farsi travolgere. Per gli scrittori, certo, ma anche per chi legge. Perché in fondo è questo che Carrère ci insegna libro dopo libro: che raccontare, anche e soprattutto quando il mondo sembra crollare, è un gesto di resistenza.

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Kappa

Kappa 06.05.2026, 17:00

  • Natascha Fioretti

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