Il rambler, il vagabondo, è una delle figure chiave della canzone americana del Novecento. Una figura che storicamente rimanda ai trovatori del basso medioevo e al loro girovagare di corte in corte, ma che nella cultura americana ha il suo capostipite in Jimmie Rodgers, considerato, a torto o a ragione, “il padre della musica country”.
Jimmie Rodgers più che con il country così come lo intendiamo oggi ha a che fare con la musica folk vera e propria, anche se è a lui che si sono richiamati i maggiori interpreti bianchi della tradizione del country, da Hank Williams a Johnny Cash. E proprio Jimmie Rodgers è stato a lungo accostato alla figura del rambler, del vagabondo, colui che in un certo senso ha sostituito nell’immaginario popolare la figura del pioniere, il viaggiatore per forza, un migrante con ambizioni stanziali in verità, che una volta arrivato dov’è diretto, lì tende a restare. Il pioniere e l’emigrante compiono di massima un solo grande viaggio nella vita; il rambler invece è colui che vagabonda senza sosta, e lo può fare, in un paese vasto come gli Stati Uniti, dapprincipio grazie al treno.
Il primo rambler, il vagabondo o hobo che dir si voglia, è una figura che nasce con la ferrovia. Se poi, come nel caso di Jimmie Rodgers, gli riusciva anche di imitare il fischio del treno, meglio ancora.
Altra grande figura di rambler in canzone è quella di Woody Guthrie. Pure lui, al pari di Jimmie Rodgers, aveva origini rurali e contadine. Cantò l’epopea dei migranti degli anni ’30, ma fu anche tra i primi a investire il canto folk di un preciso mandato politico.
Il vagabondare di Woody Guthrie per gli Stati Uniti fu un vagabondare che era sì una necessità pratica – muoversi per cercare del lavoro – ma aveva anche l’ambizione di attribuire al viaggio per il viaggio la chiave per la comprensione dei suoi simili e del mondo. Il fascino e il rilievo di Woody Guthrie consiste proprio nell’essere riuscito ad investire il vagabondaggio in cerca di lavoro di un valore di conoscenza altro, come del resto ben illustra il titolo di una sua canzone, oltre che della sua autobiografia, Bound for glory, destinato alla gloria. Nella canzone a essere destinato alla gloria era un treno, un treno che portava soltanto i giusti e i santi, intesi come gli ultimi, i poveri e i reietti.
Woody Guthrie rappresentò anche, in canzone, il passaggio dalla ferrovia alla strada, dal treno a vapore all’automobile, e in particolare la Ford Modello T, un modello che accompagnò molti disperati lungo le strade d’America negli anni ’30 (si pensi all’epopea della famiglia Joad in Furore di John Steinbeck).
Prima i cavalli, le corriere, poi il treno, le carrozze, e infine l’automobile. La figura del rambler, del vagabondo negli Stati Uniti è anche la storia di come il viaggio sia evoluto fra Ottocento e Novecento. Da un lato per i mezzi di trasporto, dall’altro per i motivi che presiedono questo vagabondare.
Emigrazione prima, incessante ricerca di un lavoro poi, ma anche, come Woody Guthrie in parte già prefigurava, viaggio alla ricerca di qualcos’altro, qualcosa di impalpabile. Poteva risiedere negli uomini, nella ricerca di un nuovo senso di comunità e di vivere sociale, ma anche, come nel caso della Beat Generation, come fuga, come ricerca di libertà assoluta, di rivelazione religiosa o di epifania di sé.
Il romanzo per eccellenza di questa nuova forma di vagabondaggio in autostop o a bordo di macchine guidate a cento all’ora fu beninteso On the road di Jack Kerouac, che di seguito ascoltiamo leggere degli estratti del suo celebre romanzo, accompagnato al pianoforte da Steve Allen.
Alle figure insieme di Woody Guthrie e dei poeti e dei romanzieri beat si rifece la nuova generazione di cantautori folk spuntata dal Greenwich Village di New York a inizio anni ’60. Una generazione che esplorò le concordanze fra la traccia sociale del folk incarnato da Woody Guthrie o da Pete Seeger, e la beatitudine solitaria e problematica dei beatnik.
Di quella generazione di nuovi rambler, di nuovi vagabondi urbani, il più eminente fu senza dubbio Bob Dylan, la cui volontà di porsi nelle orme di Woody Guthrie è ben nota. Quella generazione di vagabondi abbandonò definitivamente il treno a profitto dell’automobile, un mezzo non solo più veloce ma più idoneo all’idea di un progetto individuale e di una libertà di scelta riguardo la meta da raggiungere. L’idea di erranza, di vagabondaggio, in Dylan e negli altri è sempre associata a una macchina, non a un treno. E il motivo di quell’erranza non è più, come nel caso di Woody Guthrie o di Pete Seeger, la ricerca di un lavoro o la necessità di muoversi per dimostrare solidarietà sociale, per sposare questa o quella causa, uno sciopero, una lotta sindacale o operaia, quanto piuttosto quella di muoversi in cerca di canzoni.
Bob Dylan, quando vagabonda, lo fa sempre in cerca di una canzone o di una tradizione musicale, il blues, il gospel, il country, persino la musica folk, ciò che a lungo i primi estimatori di Dylan non colsero appieno, e cioè che Dylan usò il folk ma si rifiutò, in un certo senso, di farsi usare dal folk, sottraendosi a un certo punto alla sua stessa immagine di menestrello folk, di voce di una generazione che vedeva nel folk uno strumento di rivendicazione sociale.
Il comico Jon Stewart una volta, di fronte all’ex presidente Barack Obama, definì Bruce Springsteen il figlio illegittimo di Bob Dylan e di James Brown. Lì per lì la frase fu giustamente percepita anzitutto come battuta, ma esprime anche una sacrosanta verità.
Se c’è un interprete che ha saputo raccogliere l’eredità insieme di Jimmie Rodgers, Woody Guthrie, Jack Kerouac e Bob Dylan, mettendoci, per sovrapprezzo, anche la lezione di James Brown, quell’interprete è proprio Bruce Springsteen.
È lui, con ogni probabilità, l’ultimo grande rambler, l’ultimo erede della grande tradizione dei vagabondi d’America. Nel farlo ha riannodato i fili anche con la tradizione letteraria di uno Steinbeck, al punto che alla saga dei Joad di Furore, Springsteen dedicò un intero disco e questa canzone qua, The ghost of Tom Joad, il fantasma di Tom Joad, dove appunto ritroviamo Woody Guthrie, John Steinbeck, Jack Kerouac e Bob Dylan. Se Springsteen è oggi la voce d’America per eccellenza, è anche perché ne porta in dote la maggior parte.
L’America ha a lungo raccontato quasi soltanto sé stessa, ma oggi vi sono degli interpreti che all’epopea così tipicamente americana dei rambler sanno accostare anche altre avventure e altri vagabondaggi. Storie di esodi globali che in qualche modo si riallacciano al primo, grande esodo che portò le genti in terra d’America.
Una di queste cantanti, che guarda caso ha radici ben piantate nel sud del paese e nelle musiche che nel sud sono nate, è Rhiannon Giddens. A lei la chiusura. Una canzone che è fedele testimonianza di questa estensione di sguardo che non è più limitato alla sola esperienza e al solo territorio americano, ma guarda al mondo e all’umanità tutta.
