Il pop guarda al suo passato e si piace molto. Tanto da alimentare operazioni nostalgia di vario tipo, che il pubblico gradisce, eccome: pensiamo a come i fan si sono avventati online per assicurarsi i biglietti del reunion tour degli Oasis. Tournée e concertoni d’addio, anniversari e ristampe celebrative: una serie di iniziative per tributare al genere gli onori accumulati in decenni e decenni di onorato servizio.
Facciamo un po’ di elenchi, giusto per dare le dimensioni della questione. Negli ultimi quindici-vent’anni, hanno partecipato al “festival del revival”, con proficui riscontri: Led Zeppelin, Take That, Police, Spice Girls, Pink Floyd. Ozzy Osbourne ha salutato gli adepti in un commovente live poco prima di morire, i Guns N’ Roses sono in reunion tour dal 2016, i Kiss hanno dato (un lungo) addio alle scene girando trent’anni per palchi.
E affiora una domanda: c’è ancora spazio per il nuovo?
Intervenuto a Voi che sapete, Alceste Ayroldi evoca la retromania (termine coniato dallo scrittore Simon Reynolds), il crogiolarsi del pop nel suo passato, indicando come in alcuni casi questi ritorni siano fenomeni culturali che vanno al di là della loro portata commerciale. La nostalgia tiene alte vendite e streaming, ma allo stesso tempo offre ai fan quel conforto che non riescono a trovare fra le nuove proposte. Per il critico, è anche il riflesso di una fase in cui la musica non riesce a produrre nulla di emotivamente coinvolgente.
Perché certa musica non muore mai
Voi che sapete... 29.05.2026, 16:00
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Si collega al discorso sulle emozioni Pierpaolo Martino, secondo cui i concerti delle vecchie glorie sono l’occasione per abitare - o riabitare - un suono, ricollegarsi al passato in comunione fisica con gli altri partecipanti nell’oceanica platea. In questo modo, sostiene il docente universitario e saggista, la popular music diventa pure veicolo di spiritualità, in un periodo storico in cui se ne avverte l’assenza.
Se gli emergenti faticano a crescere, secondo Ayroldi, è anche una questione di mercato. Quello musicale è sostenuto dalle generazioni a partire dai trentenni in su. Un fatto economico, considerati i prezzi elevati dei biglietti, ma anche culturale: oggi la musica, specie quella dal vivo, non è più (per forza) un fattore di aggregazione. I giovani si incontrano online, hanno abitudini di socializzazione diverse, rileva il critico.
Spazio allora alle rievocazioni, che tranquillizzano l’ascolto: ritirati nella loro zona di agio, i fan si cullano nelle certezze sonore, senza doversi spingere verso l’incerto (da sempre principale motore delle nuove scoperte musicali).
Occorre però inserirsi in questa discussione osservando come le analisi da questa parte di mondo siano un po’ troppo “occidentalocentriche”. Basti prendere ad esempio una realtà ormai consolidata come il K-pop: l’ondata di pop coreano riesce ad attrarre le nuove generazioni attraverso forme partecipative, in cui i fan sono anche creatori di contenuti originali sui loro idol (così si chiamano le star del K-pop). Per dire, tra i 50’000 spettatori al concerto milanese delle Blackpink (agosto 2025) c’erano in larga parte giovani sotto i trent’anni. Questo dice il presente; mettere il discorso in prospettiva futura, in quanto a durevolezza, è più cosa da indovini.
Il problema sembra comunque essere quello di un Occidente meno vispo da un punto di vista della produzione artistica.
E allora torniamoci, in Occidente. Nostalgia canaglia, cantavano Al Bano e Romina, citati da Ayroldi. Benedetta canaglia per un’industria musicale le cui dorate colonne mostrano vistose crepe; maledetta per l’artista in rampa di lancio, schiacciato da vecchie glorie intente a godersi rendite di posizione. A chi attende la sua grande occasione, il mercato dice che non è questo il momento. E arrivederci al prossimo ciclo.
