Bastavano tre note, il modo in cui il fiato entrava nel metallo, quella sonorità tersa, pulita, quasi scolpita nell’aria, per riconoscerlo. Un timbro che non imitava nessuno e che nessuno ha mai davvero imitato. Rollins apparteneva alla categoria dei musicisti che hanno trasformato il sax tenore in un’estensione naturale del pensiero. Non si trattava di virtuosismo esibito Era una chiarezza che arrivava da lontano, da una disciplina interiore più che da un gesto tecnico.
La sua importanza nella storia del jazz è difficile da circoscrivere. Rollins è stato un ponte tra epoche: il giovane che suonava con Parker e Miles, il leader che negli anni Cinquanta e Sessanta ha inciso dischi diventati pietre d’angolo, l’uomo che negli anni Settanta si ritirava sui ponti di New York per studiare da solo, come se il mondo non bastasse più. Una figura che ha attraversato il jazz senza mai lasciarsi attraversare dalle mode.
“La Regione” con Daniel Ritzer
Stampa Nazionale 26.05.2026, 08:02
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Nei suo concerti c’era sempre un momento in cui sembrava che il sax gli pesasse e poi, all’improvviso, tutto si apriva. Una nota lunga, un accento spostato di un niente: e il pubblico capiva che stava succedendo qualcosa. Non un colpo di genio: semplicemente Rollins, che trovava la sua strada.
I brani che lo hanno reso riconoscibile sono ormai parte del lessico comune: St. Thomas, con quella leggerezza caraibica che non scivola mai nel facile; Oleo, dove la sua capacità di reinventare il fraseggio bop diventa quasi un esercizio di libertà; Doxy, che sembra semplice finché non si ascolta come Rollins la piega, la asciuga, la riapre. E poi Tenor Madness, il celebre duello con Coltrane, in cui la differenza tra i due non è una competizione ma una dichiarazione di poetiche.
Rollins aveva un modo tutto suo di stare dentro l’improvvisazione. Mai ostentazione, mai sorpresa, ma la necessità di seguire i percorsi. E così le sue frasi sembravano scoperte delle scoperte, mai delle aggiunte. Anche quando si avventurava in lunghe divagazioni, c’era sempre un filo che teneva insieme tutto, come se il discorso fosse già scritto da qualche parte e lui lo stesse solo riportando alla luce.
Negli ultimi anni, quando la malattia lo aveva costretto al silenzio, Rollins era diventato una presenza quasi meditativa. Parlava poco, ma ogni volta ricordava che il jazz non è una questione di bravura: è una questione di vita vissuta. La sua morte a 95 anni chiude una stagione che non tornerà più. Non solo nei dischi, e nemmeno in quel modo di intendere la musica come libertà creativa e vigilata.
