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Eckhart e il desiderio di restare umani

Con “He’s dancing, he says he will never die”, la band svizzera Eckhart firma un lavoro che riflette su modernità e ricerca di senso, invitando al tempo stesso all’euforia, alla gioia e al lasciarsi andare

  • Ieri, 17:00
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Eckhart - He’s dancing, he says he will never die

Confederation Music 19.07.2026, 19:30

  • Mehdi Benkler
Di: Confederation Music/gapo 

Destino, morte, libertà: sono alcuni dei temi che attraversano He’s dancing, he says he will never die, il nuovo album degli Eckhart. Guidata dal musicista e produttore vodese John Silvestre, la band svizzera costruisce un universo sonoro dove ritmiche frenetiche, campionamenti e strumenti acustici convivono in costante tensione.

Oggi Eckhart è un trio formato da Silvestre, dal batterista Laurent Glur (Fomies) e la cantante Olivia Madhuri, ma il progetto nasce anzitutto da una ricerca interiore. Non a caso il nome rimanda al teologo e filosofo medievale Meister Eckhart, autore che Silvestre leggeva intensamente nel periodo di fondazione della band. Pur senza aderire completamente al suo pensiero, il musicista riconosce in quella filosofia del distacco un’influenza importante. Nei testi tornano infatti interrogativi legati all’anima, alla materia, alla merce e al modo in cui gli esseri umani costruiscono il proprio rapporto con il mondo.

Anche il titolo dell’album nasce da una suggestione letteraria. Come racconta John Silvestre a Confederation Music, l’ispirazione arriva da Blood Meridian di Cormac McCarthy, autore centrale nel suo percorso di lettore. Il disco non racconta il romanzo, ma ne conserva alcune risonanze emotive: il confronto con la violenza, il destino e una dimensione esistenziale sospesa tra vitalità e inquietudine.

La spiritualità che attraversa l’album è però tutt’altro che religiosa in senso tradizionale. Piuttosto, emerge come tentativo di comprendere che cosa significhi restare umani in un’epoca segnata dall’accelerazione tecnologica, dall’eccesso di informazioni e dalle tensioni geopolitiche contemporanee. Silvestre descrive il mondo esterno come il riflesso di un paesaggio interiore e viceversa. Da qui nasce un disco che osserva con preoccupazione le trasformazioni del presente, ma che cerca anche forme di riconciliazione e significato.  

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  • Mehdi Benkler

Sul piano sonoro, il disco rappresenta un’evoluzione rispetto a Far From God. Se il precedente album era stato realizzato quasi interamente in solitudine, il nuovo lavoro punta su una maggiore densità e su un equilibrio più sofisticato tra elettronica e strumenti acustici. La batteria di Laurent Glur svolge un ruolo decisivo in questa trasformazione, contribuendo a creare un suono più dinamico e aperto.

Dal vivo la tensione si traduce in una dimensione catartica. Silvestre descrive infatti i concerti come spazi di liberazione, esperienze collettive in cui danza, sudore, immagini e musica diventano strumenti per superare barriere individuali e ritrovare un senso di comunione. L’importante, ricorda il cantante, è riuscire a lasciare andare, completamente.

Si può dire che si concentra qui il nucleo spirituale di He’s dancing, he says he will never die: non nell’adesione a una dottrina, ma nella ricerca di fratellanza, empatia e ascolto reciproco. Per Silvestre, in un tempo dominato dall’alienazione e dalla mercificazione dei rapporti umani, la musica può ancora offrire uno spazio di condivisione capace di rimettere al centro la relazione con gli altri.

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