Musica e politica

Dal Kennedy al “Trump Center”

Una decisione simbolica che scuote il mondo culturale e rilancia il tema dell’impegno artistico

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Di: Voi che sapete/gapo 

La vicenda del Kennedy Center, ribattezzato dal board nominato dall’amministrazione Trump come Trump Kennedy Center for the Performing Arts, ha fatto emergere una questione che va oltre il caso specifico: cosa significa oggi, per un artista, scegliere di non restare in silenzio. Le reazioni del mondo musicale — tra cancellazioni di concerti e prese di posizione pubbliche — mostrano che il rapporto tra arte e politica non è affatto un capitolo chiuso. È un legame che continua a riattivarsi ogni volta che un’istituzione culturale diventa terreno di scontro simbolico.

Come ricorda il giornalista Alceste Ayroldi, ospite a Voi che sapete, la protesta è parte integrante della storia della musica: boicottaggi, rifiuti di suonare, prese di distanza da governi e istituzioni si ripetono da decenni. E non è una dinamica che riguarda solo gli Stati Uniti. In molti paesi, festival e istituzioni culturali dipendono da risorse pubbliche, e la coerenza degli artisti nel confrontarsi con questi contesti è sempre più messa alla prova. Del resto, la politicizzazione degli spazi culturali non è una novità: dagli anni ’60 al jazz impegnato, la musica ha spesso accompagnato battaglie sociali.

Su questo punto si innesta la riflessione del compositore Angelo Valori, che vede nell’artista “impegnato” una figura nata nel Novecento ma tutt’altro che superata. Nel jazz, in particolare, la dimensione civile è stata strutturale: dalle rivendicazioni afroamericane alle lotte per l’emancipazione, molte opere sono nate da una tensione etica profonda. Oggi, però, chi prende posizione — anche su valori che sembrerebbero condivisi — si trova spesso davanti a reazioni immediate e polarizzate, amplificate dai social. Un clima che rende più difficile esporsi, ma che allo stesso tempo rende ancora più necessario farlo, soprattutto quando alcune conquiste civili appaiono nuovamente fragili.

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Musica? Tutta un’altra storia

Voi che sapete... 24.09.2025, 16:00

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  • Barbara Tartari e Giovanni Conti

Un altro modo di parlare, forse ancora più incisivo, è farlo attraverso la musica. È il caso di chi decide di portare sul palco linguaggi inattesi, come accadde al Live Aid dell’85 con Sting e il giovane Branford Marsalis: una scelta che, fuori da ogni proclama, introduceva temi culturali e identitari in un contesto dominato dal rock mainstream. Allo stesso modo, negli ultimi anni molti artisti hanno vietato l’uso dei propri brani in comizi politici, trasformando una semplice decisione legale in una chiara presa di distanza.

E come non chiudere con l’immagine di Keith Jarrett alla Carnegie Hall nel 2017: un artista notoriamente silenzioso e schivo che, in un raro intervento pubblico, espresse preoccupazione per le politiche trumpiane, per poi lasciare che fosse la musica a completare il discorso. È forse il simbolo di un equilibrio delicato: tra voce e silenzio, l’artista continua a muoversi nello spazio pubblico con un peso che cambia, ma non scompare.

Secondo Valori, l’impegno degli artisti tornerà a essere centrale: la società attraversa tensioni profonde e il contributo di chi opera nella cultura può aiutare a riaffermare valori comuni. Anche quando quel contributo passa, semplicemente, da una scelta su cosa suonare - o su dove non suonare.

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Quando (e se) la musica dice no

Voi che sapete... 21.01.2026, 16:00

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  • Lorenzo De Finti e Giovanni Conti

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