Il primo impatto con le registrazioni dei Beatles non fu dei migliori. Gli pareva robetta, ma siccome intuì che c’era del potenziale accettò di diventarne il produttore. E poi quei ragazzi gli piacevano. George Martin è definito “il quinto Beatle” ma, si potrebbe dire, non in ordine di importanza. Senza di lui, difficilmente John Paul George & Ringo sarebbero diventati le icone del pop che sono tutt’oggi.
Reclutò i Beatles perché gli serviva una band per l’etichetta che gestiva, la Parlophone, all’epoca specializzata soprattutto in LP comici. Come ha scritto Will Gompertz sulle pagine della BBC, «lui aveva bisogno di loro. Ma loro avevano bisogno di lui molto di più». Usò la sua visione musicale per fare di quei quattro ragazzi promettenti ma acerbi un gruppo dalla scrittura e dall’interpretazione compiute. Fu lui ad aiutare Lennon e McCartney a trasformarsi in autori maturi, trasmettendo le sue conoscenze e incoraggiandoli anche quando il materiale iniziale era deboluccio.
The Beatles
Facciamo una band? 11.04.2025, 06:10
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La sua formazione classica gli permise di portare nel pop rock elementi di innovazione, di adottare soluzioni orchestrali abbattendo le barriere che separavano la cultura “alta” da quella “bassa”. Con Sir George (fu ordinato Knight Bachelor nel 1996) l’arrangiamento non era più un orpello, un abbellimento appiccicato alla canzone, bensì un elemento strutturale, una forma musicale che assumeva dignità e valore artistici.
Dagli studi di Abbey Road uscì la stragrande maggioranza canzoni dei Fab Four: Martin trasformò quelle mura in un laboratorio dove la creatività potesse esprimersi liberamente, percorrere strade audaci, e quelle attrezzature nei macchinari di una “fabbrica dei sogni” da cui uscirono canzoni che hanno incantato generazioni e generazioni - e non è un’iperbole. La tecnologia di Abbey Road, lo spazio offerto all’inventiva furono fondamentali per un disco come Sgt. Pepper’s, che avrebbe cambiato le sorti dei Beatles e il corso della musica di lì a venire.
Alla sua morte, avvenuta l’8 marzo 2016, Paul McCartney lo ricordò come un secondo padre, e a proposito di Yesterday raccontò come il quartetto d’archi che Martin gli suggerì di inserire si discostasse dall’iniziale idea del pezzo, nelle sue intenzioni fondato sulle sole voce e chitarra. Martin rispose al suo scetticismo dicendogli che se non avesse funzionato, il pezzo sarebbe uscito così come pensato da Paul. Ma quell’arrangiamento funzionò talmente bene che la canzone «divenne una delle più registrate di sempre, con versioni di Frank Sinatra, Elvis Presley, Ray Charles, Marvin Gaye e migliaia di altri», riconobbe McCartney nel suo omaggio. Non è solo un aneddoto, ma la descrizione dei modi di Martin, quanto di più lontano ci fosse da un approccio dittatoriale. Da lui non partivano imposizioni, solo proposte.
Ora, per un attimo, proviamo a chiudere gli occhi e pensare cosa sarebbero stati gli ultimi sessant’anni buoni senza i Beatles. A meno di non averli in antipatia, è uno sforzo d’immaginazione non banale. Martin ebbe un ruolo importante nella loro “costruzione”, e dunque nella costruzione di una nuova cultura pop, che avrebbe dato il la a cambiamenti in seno alla società. Non si dedicò solo ai quattro ragazzi di Liverpool: in carriera lavorò con decine di artisti e realizzò oltre 700 registrazioni.
Raffinato compositore e musicista, innovativo arrangiatore, geniale produttore. Ben oltre la somma delle sue eccezionali qualità, George Martin è stato una delle più luminose menti artistiche del suo tempo.
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