Emmanuel De La Paix percorre lande sperimentali. Ora si trova dove il confine tra suono, spazio, immagine, sopra e sotto è indefinibile. È il limbo creativo e mistico in cui la musica trae energia dalla forza degli elementi generando onde sonore e nutrendo l’anima.
La sua ultima opera si chiama Chromaverse (Human Structures) (2026, Broque). È il suo album più intenso e dettagliato, un nuovo esercizio musicale specchiato che segna la fine di un ciclo stilistico (questa volta non ci sono il mix e la produzione di Birgir Birgisson) prima dell’inizio di qualcosa di nuovo, quella “novità” che è centrale nel percorso evolutivo di De La Paix.
L’album contiene 14 canzoni che portano il numero di una stanza. «L’idea è nata perché io sono un grande fanatico dell’horror, che sostanzialmente è un po’ come se fosse una mia routine», racconta a Confederation Music. «Molto spesso guardo film horror, che mi tranquillizzano. Riesco ad affrontare le mie paure tramite la visione di film horror».
Nel disco c’è un climax che parte ambient e meditativo, assume progressivamente vigore, ritmo e voce, prima di farti scendere dall’altro versante di una collina sperimentale, verso un epilogo nuovamente etereo. Le stanze sono luoghi dove ognuno di noi nasconde qualcosa. «L’idea è confrontarsi coi propri segreti, con le proprie emozioni, con le proprie paure, e la musica fa un po’ questo. Quando faccio o ascolto musica, mi chiudo in un posto per poi mettermi a confronto con le mie emozioni personali».
Ricco di dettagli e sottigliezze che si colgono ascolto dopo ascolto, il disco richiede tempo per essere assimilato. Una risposta ai tempi frenetici che stiamo vivendo: «È un antidoto anti-invecchiamento. Per me la musica rimane un decongestionante, quindi mi prendo sempre il tempo per ascoltarla, e anche per scriverla».
Chromaverse (Human Structures) è un nuovo capitolo nel percorso di conoscenza di sé e dei propri limiti per un artista in continua evoluzione.

