Briciole sonore: un lembo di rete dove andare a zonzo tra canzoni, suoni, pensieri.
Gli ultimi, in ordine di tempo, sono stati Jim e William Reid. I due Jesus and Mary Chain hanno criticato aspramente Eddie Van Halen e il suo modo di suonare fatto di virtuosismi, che avrebbe rovinato la chitarra rock.
Ogni opinione è lecita, per carità. Peccato che Van Halen, morto nel 2020, non possa replicare. E che fare confronti sia un filo fuorviante. Gli stili delle due band sono praticamente all’opposto: ricerca e tecnica per Van Halen, semplicità e immediatezza (oltre a palate di rumore) per i Jesus.
Jesus and Mary Chain, “gente dai capelli cotonati male” (Radio Monnezza, Rete Tre)
RSI Cultura 09.06.2026, 21:00
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Rieccoci alle baruffe chiozzotte fra musicisti. Sarà che preferisco leggere attestati di stima fra i miei beniamini (ma non il volemose bbene: sono due cose diverse), sarà che queste uscite mi fanno sentire “sbagliato” in un verso o nell’altro, fatto sta che la cosa non la reggo. La famiglia del rock non abita nel Mulino Bianco, lo so. Ma che pena i rocker che si beccano come polli nell’aia.
Dai Reid a Reed, il passo è breve. Serve la necessaria deferenza per dissentire da un gigante culturale come Lou Reed, però le sue critiche a Jim Morrison, beh, insomma, ecco. Riassumendo, l’ex Velvet Underground riteneva Re Lucertola uno sciocco, non il poeta che molti venerano. Due approcci diversi alla scrittura - radicata nell’asfalto quella di Reed, imbevuta di una mistica psichedelica quella di Morrison - destinati a non incontrarsi mai. Se non nei gusti di chi ascolta entrambi con egual godimento.

60 anni di porte sfondate
Musicalbox 10.07.2025, 17:00
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Nella sua trasmissione radiofonica, Henry Rollins non si fa problemi a passare tutti e quattro i protagonisti fin qui elencati. Peccato che pure lui sia caduto nel trappolone delle bordate. Se fare a fette gli U2 può sembrare un atto di irriverenza punk verso le istituzioni del pop, identificare in Morrissey ogni umana nefandezza se lo poteva risparmiare. Il diretto interessato non ha mai ribattuto - forse la forma più velenosa di risposta - ma qui il tempo ha messo le cose a posto: Henry, bontà sua, ha tolto l’ex Smiths dalla lista nera.
Neppure il vecchio Rollins è rimasto immune da attacchi al vetriolo. John Lydon - già Johnny Rotten ai tempi dei Sex Pistols - ha dato a lui e ai Black Flag dei noiosi borghesi viziatelli. Se non altro, glielo ha detto in faccia durante un evento pubblico.
Una cosa che non sopportavo già ai tempi delle critiche di Cobain ai Pearl Jam. Poi Eddie Vedder ha detto cose poco simpatiche sui Mötley Crüe ma adesso mi fermo, sennò sembra di stare Alla fiera dell’est e arriva pure l’Angelo della Morte, che non mi sembra il caso.
Per punizione, ho deciso di fare una selezione che metta gli uni vicini agli altri. Così imparano.
Ripartiamo dai Jesus and Mary Chain (lo ammetto: sono tra i miei cocchini). Psychocandy è disco da consumare in quelle pieghe chiaroscure dell’anno. Ti aspetti Just Like Honey, Taste of Cindy e invece sbuca Sowing Seeds, con quell’attacco che ti infila dritto nella tana del Bianconiglio.
Tàcchete! Come giusta nemesi, ecco i Van Halen del primo album, colmo di inni alla spensierata vita rock’n’roll. Le relazioni disimpegnate (diciamo così) di Feel Your Love Tonight sono quanto di più distante dal caos mentale dei Jesus. Vince per il suo ritornello alla Beach Boys. Guarda caso, un gruppo che ha ispirato anche i fratelli Reid.
Ripiombiamo nelle brume settentrionali di Gran Bretagna con The Headmaster Ritual degli Smiths. Avvolgente a tal punto che è difficile procedere nell’ascolto di Meat Is Murder, piacevolmente incagliati nella sua circolarità.
Nella Rollins Band, Henry fa valere una storia costruita nel punk hardcore ma corroborata dalla teatralità di certo hard rock e dalla ricerca sonora delle avanguardie. Tearing è fisica, ma in filigrana ci senti un suono stratificato che sa di materia grigia.
Careering dei Public Image Limited è la dimostrazione che per creare qualcosa di interessante bastano pochi elementi: un synth metallico che squarcia il silenzio, il basso reggae di Jah Wobble che incalza nervoso e l’allucinata litania di John Lydon. Davvero serve altro?
I Velvet Underground dell’omonimo album sono un “animale” diverso dai primi due dischi. Un suono più pulito, un gusto per la scrittura che emerge cristallino: Candy Says è una ballata velvettiana in purezza.
An American Prayer è il nostro “amen” rock: il contrasto fra il declamato di Morrison e le pulsazioni urbane ci conduce in uno slalom fra passanti sui marciapiedi della metropoli.
Scambiamoci un disco di pace.