Qui niente star

Gorillaz: i 25 anni della band virtuale che ha detto no all’ego

Nata da un’idea di Damon Albarn dei Blur e un fumettista, i suoi membri sono cartoni animati con pseudonimi: il focus è sulla musica, non sul contorno

  • Un'ora fa
  • Un'ora fa
imago774251781.jpg
  • Imago
Di: RigA 

Venticinque anni fa usciva il primo, omonimo disco dei Gorillaz, band virtuale fondata da Damon Albarn dei Blur e Jamie Hewlett, fumettista e illustratore. Un progetto nato attorno a un’idea forte: concentrarsi sulla musica, lasciando da parte tutto ciò che era immagine e divismi vari.

L’ispirazione viene ad Albarn e Hewlett mentre stanno guardando la tivù, annoiati da tutti quei prodotti dell’industria musicale ben confezionati ma in cui il fatto musicale appare, diciamo, secondario. C’è spazio per qualcosa di diverso: la chiave è puntare su una band che è sì un prodotto, ma che si protegge da fan e stampa assumendo le fattezze di un fumetto animato.

2D, Murdoc Niccals, Noodle e Russell Hobbs sono le cartoonesche forme che assumono i membri dei Gorillaz. Qui il piano si sdoppia: da una parte abbiamo quello reale, con Albarn e Hewlett figure attorno a cui ruota il progetto, dall’altro ciò che vediamo, ossia il quartetto capitanato dal sulfureo bassista Niccals, presentato come il fondatore della band nella narrazione appositamente costruita.

Se i membri del gruppo sono generati dai tratti di Hewlett, le tracce di Gorillaz sono il prodotto dei musicisti veri e propri che gravitano attorno al suo bicefalo nucleo. Assieme ad Albarn (voce ufficiale del gruppo), troviamo il produttore hip hop Dan the Automator, Del the Funky Homosapien (è lui che rappa in Clint Eastwood), Tina Weymouth e Chris Frantz (di Talking Heads e Tom Tom Club), Miho Hatori (metà delle Cibo Matto e prima voce di Noodle) e Ibrahim Ferrer (Buena Vista Social Club).

Gorillaz è un compendio di sonorità dalla forte connotazione urbana, con ritmi hip hop e trip hop a scandirne le canzoni. Echi dub, schitarrate punk rock, spezie latine e una punta di ironia “easy” completano gli ingredienti del debutto, il cui singolo più riconoscibile è Clint Eastwood, autentica hit dei primi 2000 che conoscerà riutilizzi in altri contesti mediatici (ad esempio in pubblicità).  

Dopo le copertine e l’esposizione vissuta negli anni ’90 con i Blur, Albarn si libera delle pressioni derivanti dall’essere una popstar. Un atteggiamento mantenuto anche nelle esibizioni “dal vivo” della band: due olografiche (Mtv Europe Awards 2005 e Grammy 2006) più altri concerti in cui i musicisti sono celati da schermi su cui si proiettano animazioni. Tutto per non sacrificare l’immaginario sull’altare dell’immagine.  

Nel prosieguo della loro esperienza, i Gorillaz non hanno mai marciato sul posto da un punto di vista stilistico. Hanno interpretato i cambiamenti nelle mode musicali inglobando generi diversi da quelli proposti inizialmente, ampliando i loro orizzonti con la world music, l’elettronica e i ritmi ballabili, sempre più in linea con un’estetica da pop globale.

Un’altra caratteristica saliente dei Gorillaz è l’essere sempre stati aperti alle collaborazioni in modo trasversale: una specie di grande “casa creativa” in cui ognuno ha portato il suo contributo. De La Soul, Shaun Ryder degli Happy Mondays, Bobby Womack, Mavis Staples, l’ex Smiths Johnny Marr sono alcuni dei colleghi che hanno partecipato alle produzioni dei Gorillaz.

L’ultima tappa nell’evoluzione del progetto l’ha segnata The Mountain, l’album del 2026. Un disco stratificato, attraversato da sperimentazione e spiritualità. Colorato di suoni indiani (e in parte registrato proprio in India), è una riflessione sulla morte in cui, tra gli ospiti, figurano le voci dall’altrove di Dennis Hopper, Tony Allen, Mark E. Smith dei Fall e Proof dei D12 (oltre al già citato Bobby Womack e a Trugoy the Dove dei De La Soul).

La band sta portando in tour The Mountain e in estate suonerà al Paléo di Nyon, dove ritornerà dopo la prima apparizione del 2018.

A distanza di un quarto di secolo, i Gorillaz restano un esperimento artistico decisamente riuscito, oltre che un esempio di come il tedio da piccolo schermo possa rivelarsi fecondo momento creativo.

01:04
immagine

Damon Albarn ne fa 58 (Parzialmente scremato, Rete Tre)

RSI Cultura 23.03.2026, 06:00

  • facebook Damon Albarn
  • Nicola Saldanha

Correlati

Ti potrebbe interessare