Hai mai sognato di scoprire uno Stradivari in una vecchia soffitta? Antonio Stradivari, il più celebre liutaio di Cremona tra Seicento e Settecento, ha lasciato strumenti dal valore inestimabile: violini che racchiudono un equilibrio unico tra tecnica e intuizione, un suono potente e profondo e una lavorazione così raffinata da non essere mai stata davvero replicata.
È da questa tradizione, fatta di gesti precisi e sensibilità artigianale, che prende forma ancora oggi il lavoro dei liutai. Anche Federica Thoeny, nel suo atelier di Lugano-Figino, costruisce violini seguendo la stessa logica: non la copia di un mito, ma la ricerca quotidiana di un suono unico. Lo ha raccontato ai microfoni di Neo, condividendo i segreti di un’arte antica ancora viva. Thoeny ripara e restaura strumenti, ma soprattutto li costruisce da zero, seguendo un percorso iniziato quasi per caso e diventato poi una scelta di vita.
Durante gli studi di musicologia a Friborgo, si è avvicinata a una bottega perché voleva iniziare a suonare il violoncello. Da lì è nata la curiosità: domande su come funzionasse lo strumento, su come venisse costruito. È stato proprio il liutaio a suggerirle di andare a Cremona, il cuore storico di quest’arte. «E lì, toccando il legno, provando, ho capito che era quello che volevo fare. Ho sentito proprio le farfalle nello stomaco».
Il legno, origine del suono
La costruzione di un violino inizia sempre da lì: dalla scelta del legno. È una fase tanto concreta quanto decisiva, perché determina già una parte fondamentale del suono finale. Per la tavola armonica si utilizza abete rosso, il legno prediletto anche da Stradivari; fondo, fasce e manico sono in acero, spesso proveniente dai Balcani. Ma non è solo una questione di specie: il legno viene valutato anche per le sue proprietà acustiche. «Si misura la densità, si osserva come si propaga il suono», spiega Thoeny.
Anche l’estetica è funzionale. Le venature devono essere regolari e dritte, così che la vibrazione possa attraversare il materiale senza interferenze. La distanza tra gli anelli di crescita incide su lavorazione e resa sonora: venature più larghe o più strette portano a scelte diverse di bombature e spessori, e quindi a risultati diversi. La lavorazione è interamente manuale: si uniscono le tavole, si piegano le fasce, si scolpiscono testa e riccio, si rifiniscono gli spessori, si tagliano le effe e si monta la struttura interna. Precisione e adattamento continuo al materiale guidano ogni passaggio.
L’impronta unica del liutaio
A uno sguardo inesperto i violini possono sembrare tutti uguali. In realtà non ne esistono due identici, nemmeno all’interno della stessa tradizione. «Quello che rende unico un violino è la manualità che si intravede nello strumento», spiega Federica Thoeny. «Sono piccole cose: una curva, un dettaglio, un segno. Tutte insieme raccontano chi l’ha fatto».
La dipendente di una casa d'aste con il violino noto come “The Hammer”, costruito a Cremona nel 1707 da Antonio Stradivari
Anche il riccio, la testa dello strumento, rivela molto: nei colpi di sgorbia si legge il gesto del liutaio, un’impronta riconoscibile per chi ha esperienza. È un linguaggio silenzioso, fatto di variazioni minime ma decisive. È proprio questa dimensione artigianale a rendere ogni strumento irripetibile: il risultato finale non sta solo nel progetto, ma nelle tracce lasciate dal processo.
Una tradizione in dialogo
Per secoli la liuteria è stata un sapere custodito dentro le botteghe, spesso protetto da una certa rivalità. Oggi la situazione è diversa. «L’innovazione è che ci stiamo parlando tutti, in tutto il mondo», osserva Thoeny. Studi, pubblicazioni, conferenze e viaggi permettono ai liutai di confrontarsi continuamente. Si condividono tecniche, si analizzano strumenti, si mettono in discussione abitudini.
È un cambiamento importante: la tradizione non si perde, evolve. Resta un sapere artigianale, trasmesso attraverso il fare, ma diventa anche un patrimonio condiviso. Eppure, al centro, rimane lo stesso principio di sempre. Nonostante strumenti di misura e ricerca, il violino nasce ancora da un gesto manuale. Ed è proprio in quei segni, invisibili a molti, che si riconosce l’identità di ogni strumento.
