Aria di requiem

L’opera? È morta, parola di Timothée Chalamet

Le dichiarazioni dell’attore (che ha citato pure la danza) rilanciano il dibattito sulla lirica e la sua capacità di rinnovarsi attirando pubblico giovane

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L’opera è morta?

Voi che sapete... 13.03.2026, 16:00

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  • Lucia Bentoglio e Giovanni Conti
Di: Voi che sapete/RigA 

Al mondo della musica non è totalmente estraneo, Timothée Chalamet, che ha interpretato Bob Dylan in A Complete Unknown non più tardi di un paio d’anni fa. Ora l’attore torna a occuparsene in veste di “opinionista”. Fanno discutere le sue parole, rilasciate durante una conversazione pubblica, in cui ha dichiarato di non essere interessato a lavorare in opera e balletto, a suo dire forme d’arte tenute in vita anche se non interessano più a nessuno. In altre parole: sono morte (e se son vive, non si sentono tanto bene). E dire che sua mamma e sua sorella sono ballerine, ma tant’è. 

«Non vorrei dire che è scemo, però ha detto una cosa da scemo», è il giudizio, tranciante il giusto, di Andrea Ottonello, intervenuto a Voi che sapete, nella puntata condotta da Lucia Bentoglio e Giovanni Conti. Pur manifestando la sua stima per Chalamet, il critico musicale si domanda se la star sappia che nella sua città, New York, al Metropolitan ancora si portano in scena le opere di Zeffirelli di 60 anni fa, segno di una certa vitalità di questa forma espressiva. Vede invece nella vicenda una sorta di eterogenesi dei fini Carla Moreni, critica del Sole24Ore, secondo cui la boutade è stato un «grande regalo» fatto a opera e balletto da parte di un personaggio seguito sui social da tanti giovani, che ora saranno incuriositi «perché se ci parla di qualcosa che è morto, vuol dire che l’ha conosciuto da vivo».

Dalla sua prospettiva, Ottonello constata che c’è uno svecchiamento del pubblico della lirica e su questo tema Moreni aggiunge l’impegno di quelle istituzioni che con i loro programmi mirano a «far appassionare il pubblico giovane alla bellezza della musica in tutte le sue declinazioni», opera compresa. Chiaramente fra i giovani saranno le diverse sfaccettature del pop e i concerti negli stadi a interessare di più, ma Ottonello vede un passaggio di consegne generazionale nei teatri operistici, qualcosa che non credeva possibile dopo il Covid. 

E volendo guardare in casa Chalamet, chi registra più pubblico, i cinema o i teatri d’opera? Ottonello scommette che «ci sono più teatri pieni per la Traviata che cinema per certi film». A rinforzare il concetto, provvede la domanda rivolta al divo hollywoodiano da Guia Soncini nel suo articolo di commento: «Lei si rende conto che c’è più gente che l’abbia vista in questo pezzettino di fintamente svagata arroganza giovanile che in qualsivoglia inutile film abbia interpretato?». 

Dopo questa uscita non felicissima, Moreni si aspetta di vedere Chalamet alla prossima Prima della Scala; Ottonello già se lo immagina «con un abito totalmente eccentrico disegnato da qualche stilista di grido, insieme alla sua bellissima fidanzata», per concludere, un po’ sconsolato, che questo marketing c’entra poco con le arti.

Nel frattempo, Chalamet è rimasto a bocca asciutta agli ultimi Oscar. Zeru tituli, direbbe Mourinho. Lungi da noi collegare le due cose, anche se qualcuno avrà pensato al karma.

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