Briciole sonore

“Tappezzeria sarà lei!”

Dai cocktail party ai palchi rock, la muzak rivendica la sua dignità

  • 2 ore fa
Gianna Maria Canale sorseggia un cocktail in "Tutta la verità" (1958)

Gianna Maria Canale sorseggia un cocktail in "Tutta la verità" (1958)

  • Imago / Everett Collection
Di: Andrea Rigazzi 

Briciole sonore: un lembo di rete dove andare a zonzo tra canzoni, suoni, pensieri.

Sediamoci comodi nel salottino, rilassiamoci nell’attesa che l’ascensore si fermi al piano. Intrattenuti dalla muzak, la musica da sottofondo: jazzini, bossanovine, composizioni easy che non disturbano. Una roba rassicurante quanto basta. Tanto che - acme del disprezzo - è detta anche musica da tappezzeria. Chepperò, shakerata, diventa bollicine che pizzicano le orecchie.

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Muzak. Una storia in sottofondo

Laser 30.04.2026, 09:00

  • © Gaetano Cappa
  • Gaetano Cappa e Marco Drago

Dopo la Seconda guerra mondiale, le isole del Pacifico entrano nell’immaginario statunitense: i dischi che girano durante i party restituiscono quei paesaggi tropicali, tra un cocktail e uno stuzzichino. Nei ’50 la background music è per i genitori un po’ ciò che il rock’n’roll è per i figli: la musica della bisboccia, della (misurata) ribellione.

L’accoppiata Les Baxter-Martin Denny si passa Quiet Village, forse il brano simbolo dell’exotica. Sulle note raffinate del pianoforte scorrazzano gli animali della foresta, frutto dell’estro vocale dei musicisti: dite voi se questa è un’umanità piatta e conformista.

La musica d’ambiente viene elevata a forma d’arte da Brian Eno, tanto che nascerà un genere per designarla: ambient. Termine discusso e discutibile (specie per quanto prodotto da alcuni epigoni), ma Music for Airports fa parte di una categoria a sé. Eno si ispira alla sua esperienza personale: l’ansia di restare bloccati in aeroporto, in non-luoghi di passaggio riempiti di una musica troppo presente e posticcia. Lui la prende e la monda dei tratti invasivi, facendo emergere la sua funzione calmante.

Il Beck degli anni ‘90 sa pescare dai rigattieri del suono. Nei collage di Odelay ricombina la retro-mania del decennio: il design Sixties che diventa oggetto - letteralmente - del desiderio. Inserisce campionamenti da vecchi vinili per saltare con disinvoltura dal blues al garage rock, dall’hip hop al noise.
L’accessorio di modernariato da rimettere in funzione, la polo vintage trovata al mercatino dell’usato, l’occhiale da sole preso dal cassetto di mamma e papà: c’è un po’ di tutto questo in The New Pollution.

E già che siamo in terra californiana, facciamoci un giro a San Francisco, dove operano i Tipsy, duo elettronico specializzato in musica da cocktail spaziali. Stuzzicanti al punto da aver attirato le attenzioni di Mike Patton (Faith No More, Fantômas), che ha messo il timbro della sua Ipecac su Buzzz. Un disco in cui l’estetica easy è punteggiata da artifici da laboratorio audio ironici e stranianti.

Quando il lounge pop incontra la musica colta, si può ancora definire easy? È l’interrogativo posto dagli Stereolab nell’album Dots and Loops. Il loro retrofuturismo scioglie i generi l’uno dentro l’altro: il jazz nel rock, lo sperimentalismo tedesco nelle melodie da divanetti. Ascoltare Miss Modular è come entrare in una boutique di artigianato musicale.

Seattle è musicalmente quanto di più distante si possa immaginare dai lidi qui bazzicati: da lì arrivò una musica viscerale, in contrasto con le levigate atmosfere da aperitivo. Birra contro Martini. Una distanza solo apparente: proprio lì aveva sede la Muzak, produttrice e distributrice di musica da sottofondo. Mark Arm dei Mudhoney ci lavorò in gioventù, e come lui altri protagonisti della futura scena grunge. Da quelle parti direbbero che Here Comes Sickness è una scelta da party pooper.

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