In una serata costruita per celebrare la memoria collettiva del Paese, il premio consegnato a Mogol ha avuto il peso delle cose definitive. I numeri, prima di tutto: 1.776 brani depositati, oltre 500 milioni di dischi venduti, una presenza che attraversa decenni e generazioni. Ma i numeri, da soli, non bastano a spiegare perché l’Ariston si sia fermato come davanti a un classico vivente.
La verità è che Mogol ha fatto qualcosa che pochi autori riescono a fare: ha dato una lingua ai sentimenti degli italiani. Ha trasformato l’amore, la perdita, la nostalgia, la libertà in un lessico comune, riconoscibile da chiunque. E lo ha fatto con una semplicità che non è mai stata banalità, ma precisione chirurgica. La sua scrittura ha introdotto un modo nuovo di raccontare l’amore, la fragilità, il desiderio, la libertà: temi che, grazie alla sua penna, hanno assunto una forma semplice e insieme profondissima. Non è un caso che molte sue canzoni siano considerate “classici” non solo musicali, ma culturali, capaci di attraversare generazioni e restare vive nel tempo.
Il rapporto con Battisti è stato il punto di fusione di questa alchimia. Due mondi diversi che, incontrandosi, hanno generato un repertorio che non è solo musica, ma un archivio emotivo nazionale. Emozioni, Il mio canto libero, Sì, viaggiare: titoli che sono diventati modi di dire, posture interiori, piccoli frammenti di autobiografia collettiva. Mogol portava la chiarezza, Battisti il mistero. Insieme hanno costruito un immaginario che ancora oggi funziona come una bussola.
Il contributo di Mogol non si limita al repertorio: ha influenzato il modo in cui gli italiani ascoltano, interpretano e vivono la musica. Ha scritto per Mina, Celentano, Morandi, Cocciante, contribuendo a definire l’identità sonora del Paese. La sua rilevanza sta dunque in un doppio movimento: ha dato voce all’Italia che cambiava e, allo stesso tempo, ha contribuito a cambiarla, offrendo parole in cui riconoscersi e melodie che sono diventate memoria condivisa.
Per questo il premio di ieri non è stato un omaggio nostalgico, ma il riconoscimento di una presenza che continua a lavorare dentro il Paese. Mogol non ha solo scritto canzoni: ha scritto un modo di sentire. E ogni volta che una sua frase riaffiora – in radio, in un ricordo, in una voce che la canticchia senza pensarci – ci ricorda che una parte di noi è passata da lì.
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Controcorrente 26.02.2026, 11:47
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