Cosa c’è di meglio di una bella teoria riguardo a qualche misteriosa cospirazione, nell’era di internet?
Intendiamoci, queste storie sono sempre esistite: prima si chiamavano leggende urbane, ed erano chiacchiere che tracimavano dai confini dei discorsi da bar per invadere anche testate giornalistiche più o meno serie. Oggi vivono sui social e vengono prodotte a migliaia, ogni giorno. Intendiamoci, sono più che semplici fake news: si tratta di narrazioni che trovano un loro sviluppo, un senso, un pubblico. E musica e musicisti spesso ne sono al centro.
I musicisti possono essere complici della diffusione di questi racconti cospirazionisti, come quando, al Monterey Pop Festival del 1967, David Crosby si sentì in dovere di condividere con il pubblico le sue teorie sull’assassinio di JFK: «La storia è stata insabbiata, i testimoni uccisi: questo è il vostro paese!», disse dal palco, facendo arrabbiare non poco i suoi compagni di strada dei Byrds. O come quando, ai tempi del primo lockdown, Madonna ha mostrato ai suoi milioni di follower un video che raccontava come il vaccino contro il Covid-19 fosse tenuto nascosto dai poteri forti.
Ma più spesso, i musicisti di queste storie sono protagonisti. Solo la settimana scorsa, Taylor Swift è stata tacciata di essere una «risorsa del Pentagono» che, insieme a non meglio precisate forze di sinistra, sta cospirando per truccare il Super Bowl, la partita più importante dell’anno del football americano, e poi portare Joe Biden alla vittoria nelle prossime elezioni presidenziali. In breve: nelle ultime settimane molti giornalisti e opinionisti della destra americana si sono concentrati sulla relazione della cantante con Travis Kelce, ricevitore della squadra dei Kansas City Chiefs che disputerà proprio il Super Bowl domenica prossima, raccontando che il piano della coppia sia quello di catalizzare il più possibile l’attenzione dei media per poi dichiarare la propria fede democratica. Ma è solo l’ultima di una lunga serie di follie, che vanno da Bob Marley ucciso dalla CIA (che sarebbe certo consolatorio, più adatto al personaggio rispetto al banale tumore che si è portato via il suo genio nella primavera del 1981) a Avril Lavigne morta nel 2003 e sostituita da un sosia. E poi, beh, naturalmente Elvis, Kurt e Tupac sono ancora vivi, mentre Paul McCartney è morto dal 1966.
Le teorie cospirative di argomento musicale più interessanti sono però quelle che sconfinano nella fantapolitica, senza avere un legame immediato con l’attualità: meravigliose, semplicemente, perché storie, nate senza che nessuno avesse in mente tornaconti di alcun tipo, cresciute solo in virtù del loro innato fascino, capace di ribaltare in un attimo visioni del mondo consolidate. Tipo. Fino a ieri ero convinto che fosse stato il blocco occidentale a usare il soft power per vincere la guerra fredda: la monolitica cultura di stato sovietica era crollata sotto i colpi di quella che arrivava da oltrecortina, capace di dare voce a tutti gli strati della società, e anche ad aspirazioni e desideri inconfessabili. Il rock, il cinema, la moda hanno vinto la guerra fredda. Qualcuno infatti sostiene che Wind of Change degli Scorpions sia stata promossa dai servizi segreti americani, che hanno usato la versione in russo pubblicata all’inizio del 1991 per accelerare il processo di dissoluzione dell’URSS. Pare però che sia piuttosto accreditata anche una versione simile, ma contraria, di questa teoria: il KGB avrebbe provato a usare la musica per distruggere una generazione di giovani occidentali. Come? A colpi di punk. Ma andiamo con ordine.
È verità storica – al contrario di molto di quello che avete letto nelle righe precedenti – che il KGB abbia cercato di sostenere diverse istanze culturali “anticapitaliste” in territorio occidentale. In Gran Bretagna, ad esempio, è provato che abbia offerto aiuti all’IRA e ai minatori in sciopero negli anni Ottanta, nel tentativo di indebolire il potere del governo britannico.
Così, quando il punk si è presentato sulla scena musicale, appare ragionevole pensare che gli apparati sovietici abbiano pensato di sfruttarlo per rafforzare i sentimenti anti-estabilishment (quando non dichiaratamente anarchici) di una generazione occidentale, tentando allo stesso tempo di contenere il più possibile il fenomeno sul proprio territorio: la Stasi, ad esempio, considerava la musica punk come un pericoloso elemento di disturbo per la gioventù della Germania Est.
Che il KGB potesse pensare di appoggiare i Clash quando dichiaravano I’m So Bored of the USA è in ogni caso verosimile, così come che i servizi sovietici si siano interessati al celebre pezzo di trolling dei Crass chiamato Thatchergate Tape, un nastro che conteneva un montaggio eseguito dalla band stessa in studio: avevano mixato alcuni discorsi di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, trasformandoli in un dialogo in cui i due leader mondiali progettavano una guerra contro il blocco russo. Un Deep Fake ante litteram, se volete, che i Crass provvedettero a inviare ad alcuni giornali e radio. Vennero scoperti piuttosto velocemente da alcuni giornalisti inglesi, ma la loro impresa fu notata sia dal governo inglese che da quello russo, tanto che pare che il KGB abbia tentato, in seguito, di prendere contatti con la band, così come l’IRA e i terroristi tedeschi della Rote Armee Fraktion, circostanze che inquietarono non poco gli stessi Crass.
È solo un esempio di come, anche tra le leggende urbane della musica, esistano storie di minore o maggiore qualità, destinate a durare lo spazio di un mattino oppure di passare la prova del tempo. Quella del punk e dei suoi legami con il KGB appartiene senza dubbio alla seconda categoria, e solo il futuro ci dirà se le fake news del 2024 saranno degne di essere riprese tra mezzo secolo - solo perché, in fondo, sono racconti interessanti.

Jimmy Villotti
Babilonia 26.12.2023, 15:35
Contenuto audio
