Musica rock

Paisley Underground, una primavera psichedelica nel cuore degli anni ‘80

Il movimento nacque in California come reazione alla musica sintetica di quel decennio, riprendendo le sonorità Sixties con un approccio più diretto

  • 20.09.2025, 15:08
Steve Wynn (Dream Syndicate)

Steve Wynn (Dream Syndicate)

  • Imago / Gonzales Photo
Di: Andrea Rigazzi 

Ci sono gli anni ’80 delle spalline, della lacca sui capelli e dei colori fluo… 

…E poi ci sono quelli che richiamano camicie psichedeliche, zazzere a caschetto e Chelsea boots, i Sixties e l’Estate dell’Amore che sbocciò in California. Non è però un fatto di moda, altrimenti non saremmo qui su queste pagine a parlarne.

Perché i riverberi di quel periodo si fecero di nuovo sentire - e con che qualità! - nel decennio del synth-pop. Nell’estremo ovest degli USA un gruppo di musicisti, quasi tutti della zona di Los Angeles, non riconoscendosi in una musica che alle loro orecchie suonava leggerina e plasticosa, reagirono imbracciando le chitarre. Ne nacque una scena che passerà alla storia come Paisley Underground.

Paisley è il motivo a gocce delle camicie di moda nel periodo psichedelico. La definizione di Paisley Underground si deve a Michael Quercio, bassista e cantante dei Three O’Clock, che del sottogenere sono stati uno dei gruppi più rappresentativi («sembrava descrivere bene il nostro suono e la nostra estetica» commenterà Quercio). Assieme a Dream Syndicate, Long Ryders, Green on Red, Bangles e ai Rain Parade dei fratelli Steven e David Roback.

La fantasia Paisley

La fantasia Paisley

  • Imago / Depositphotos

Non risuonava solo la psichedelia dei ’60 nelle corde dei gruppi Paisley. Punk e post-punk, agli sgoccioli nel periodo di cui stiamo parlando, non erano passati invano: in molti avevano appreso la lezione dei DIY, acronimo inglese che sta per Do It Yourself, in pratica il fai-da-te. «Eravamo tutti appassionati di musica, e non ascoltavamo soltanto la musica della scena locale o americana» ricorda Steve Wynn dei Dream Syndicate, «Così lo abbiamo fatto ed è stato semplice. Il nostro suono, e i suoni che amiamo, sono costruiti intorno al rumore e alla ripetizione, al punk rock e al garage rock, a come tenere tutto insieme. Non era stato fatto, e sapevamo che potevamo farlo uscire fuori bene».

Nelle orecchie di questi musicisti ronzava l’ipnosi dei Velvet Underground, tintinnava il jingle jangle dei Byrds, vibravano i Doors, riecheggiavano i suoni della Highway 61 di Dylan e la ruvida irruenza del garage rock racchiuso nell’antologia Nuggets, quella compilata da Lenny Kaye, chitarrista di Patti Smith. Una varietà di influenze che si spingeva fino al country, se si pensa ai lavori dei Green on Red.

Non era stanco manierismo, né ostinato passatismo. Nei dischi prodotti tra il 1982 e il 1987 (anno di uscita di Happy Nightmare Baby degli Opal, ritenuto l’ultimo grande disco Paisley) ogni band, con le proprie caratteristiche, dava la sua interpretazione dei tempi in cui era immersa. «Non volevamo fare revival. Volevamo creare qualcosa di nuovo partendo da ciò che ci aveva formato: i Byrds, i Velvet, i Doors. Ma con la nostra malinconia, il nostro tempo» dichiarò David Roback.

Il Paisley Underground si inserì in una più ampia riscoperta degli anni ’60 che si estendeva da una parte all’altra dell’Oceano Atlantico e andava dal post-punk/new wave a tinte psichedeliche di gruppi britannici come Echo & The Bunnymen, Teardrop Explodes e Soft Boys alla neopsichedelia allucinata e minimale degli Spacemen 3, fino al garage revival à la Fuzztones. O ancora, al suono desertico dei Thin White Rope, così crudi e misteriosi. Avvicinandoci ai nostri confini, una scena alquanto vitale si sviluppò anche in Italia (formazioni come Sick Rose e Not Moving), come descritto nel libro Eighties Colours di Roberto Calabrò.

Nella seconda metà degli ‘80, piano piano, le vivaci tinte psichedeliche del Paisley Underground andranno sbiadendosi. Le Bangles diventeranno popstar da hit in classifica (anche grazie all’interessamento di un certo Prince), altri proseguiranno avviando nuovi progetti. Steve Wynn intraprenderà una carriera da solista ma di recente ha rispolverato la ragione sociale dei Dream Syndicate, David Roback dopo Opal creerà Mazzy Star assieme a Hope Sandoval, dando vita a uno tra i gruppi più influenti della scena alternativa anni ’90. Sempre di quel periodo furono figli gli Shiva Burlesque, da cui poi nascerà un’altra bella realtà dei ’90, i Grant Lee Buffalo. 

Frutti di un periodo felice, così come lo ricorda Steve Wynn: «Era davvero una scena autentica e divertente. Ci piaceva la musica l’uno dell’altro, e ci piacevamo anche a un livello personale. Per circa un anno o due abbiamo passato un sacco di tempo insieme. Ricordo le domeniche quando andavamo ai barbecue in casa dei Green on Red a Hollywood. Gli hot dog grigliati e la birra e il whiskey che scorrevano fino alle 4 del mattino ogni volta. Per me è questa la vera essenza di quel periodo e di quella scena». Per citare il titolo del primo disco dei suoi Dream Syndicate, quelli erano i giorni del vino e delle rose.

Discografia essenziale

The Dream Syndicate, The Days of Wine and Roses (1982)
Rain Parade, Third Emergency Rail Power Trip (1983)
The Three O’Clock, Sixteen Tambourines (1983)
The Bangles, All Over the Place (1984)
Green on Red, Gas Food Lodging (1985)
Opal, Happy Nightmare Baby (1987)

05:52
The Bangles

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Facciamo una band? 08.09.2025, 06:10

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  • Daniele Oldani

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