Società

Crepe: da lì passa la luce

Incontri, libri, film e canzoni che plasmano la nostra vita

  • 08.02.2024, 11:18
  • 21.02.2024, 08:52
Luca Sofri

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Di:  Luca Sofri 

Ci sono incontri, libri, film e canzoni che segnano il nostro percorso, plasmano la nostra sensibilità e, a volte, danno luce alle nostre giornate. Luca Sofri, direttore del giornale online Il Post, racconta le sue illuminazioni: dai Peanuts a Tom Waits, da Keith Jarrett a House of Crads. Rete Due, da lunedì 19 febbraio a venerdì 1. marzo, alle 11:45, Alphaville.

Una volta in un incontro pubblico ho detto una cosa, improvvisata lipperlì, che mi sembrò convincente: ovvero che il giornalismo prosegue la funzione della scuola, ma per gli adulti. Ovvero aiutarci a capire e a imparare cose che non sappiamo e che ci saranno utili o ci faranno vivere meglio. È una formulazione che ho imparato vada maneggiata e presentata con cautela, perché noi adulti tendiamo a respingere l’idea che qualcuno ci insegni qualcosa, lo troviamo diminuente e ci sentiamo trattati da ragazzini. Vogliamo vivere il nostro rapporto con i giornali come una nostra scelta autonoma, non come qualcuno che viene a insegnarci qualcosa. C’è quella abusata e sciocca frase che sentiamo spesso dire dai politici, o dagli ospiti dei talk show: “non accetto lezioni!”. Abbiamo bisogno di pensare che le cose che impariamo le impariamo da soli, per nostra iniziativa: come nella frase fatta sulle relazioni sentimentali, “l’ho lasciata io!”. E così da grandi chiamiamo “informarsi” quello che a scuola si chiamava “imparare”.
Ho detto che quell’idea sul giornalismo come prosecuzione della scuola mi pareva convincente, perché poi ho realizzato che non è solo il giornalismo, ovviamente, a svolgere quella funzione e a proseguire la scuola: perché a farci imparare cose nuove, a renderci persone che conoscono di più, concorre un po’ tutto quello che facciamo ogni giorno, quello che leggiamo, quello che vediamo, quello che ascoltiamo. Non dirò una cosa come “la grande scuola della vita”, ma “la grande scuola dell’osservare e riflettere sulle cose, su tutte le cose” sì, anche se la formulazione è meno sexy, capisco.

Ho raccontato, in una puntata di questa serie di aneddoti e di cose imparate, che “tutto quello che so l’ho imparato dai Peanuts”: che è un’esagerazione, naturalmente, pur avendo io imparato tante cose dalle strisce a fumetti dei Peanuts. Ma ci aggiungo che quando ero più giovane avevo pure concluso che almeno metà delle citazioni che mi venivano spontaneamente in mente ogni giorno venissero dai film di Woody Allen, da quelli di Nanni Moretti, da Fantozzi o dai Blues Brothers. Un’altra esagerazione, direte voi, e lo è. Ma togliete le esagerazioni quantitative e fermatevi a pensare quante cose assorbiamo, registriamo, elaboriamo, dalle esperienze “culturali” di questo genere: i film, le canzoni, le letture di ogni genere, persino certi post sui social network. E poi le conversazioni, le cose che ci capitano intorno, le azioni e le reazioni di qualcuno. Quanto la nostra conoscenza del mondo e il disordinato archivio dei nostri pensieri sia insomma una specie di palla di pongo. Chissà chi se lo ricorda, il pongo.
Il pongo andava forte, quando ero bambino io. Era una sorta di creta modellabile di vari colori, che orientò i talenti artistici di molti miei coetanei. Non i miei, inesistenti, e questo c’entra con la metafora che sto usando. Ma, metafore per metafore, mi sono ricordato ora anche la competizione filosofica del pongo col Das: il Das era una vera creta modellabile, uniformemente grigia, invece, la cui differenza principale dal pongo era il suo successivo indurimento, definitivo. Preferire il pongo, creare il pongo, significava orientarsi verso un’idea perennemente instabile delle cose, sempre imperfetta e sempre perfettibile, mai conclusa, spesso improvvisata e incompleta. Preferire il Das richiedeva capacità e dedizioni maggiori, otteneva risultati più raffinati e quasi eterni (a padroneggiare alcuni accorgimenti tecnici), imponeva impegni ulteriori nella colorazione e nella lucidatura. Siamo nel 2024 e pur avendo perso spazio nel mercato, il pongo ha vinto, direi: il mondo di oggi è fatto di pongo.

Ma stavo dicendo un’altra cosa, sul pongo. Ed è che quelli come me, scarsi in creatività e in concentrazione, a un certo punto finivano spazientiti a impiastricciare insieme le diverse masse di pongo di diversi colori, producendo delle palle bitorzolute e di orribile colore marrone, privo però persino di una sua omogeneità marrone, macchiato di pezzetti di colore diversi mal amalgamati.
Ecco, la nostra conoscenza del mondo e delle cose, il nostro “essere informati”, il nostro sapere, è quella palla di pongo. Ci si sono attaccate via via cose di vari colori e varie provenienze che si sono in misura diversa mescolate le une con le altre, e ancora ci si attaccano (trascuro qui la questione della memoria, importantissima per quelli meno giovani come me: ma che mi pare stia attraversando dei cambiamenti per tutti i soggetti al rapporto contemporaneo con le informazioni e le loro fonti, pure quelli giovani).

E però, quella cosa deforme e in cui ogni brandello è solo un brandello, ed è aggrovigliato ad altri brandelli, è il nostro sapere: è, daccapo, quello che ci è utile e che ci fa vivere meglio. La nostra “cultura”: a dimostrare che la “cultura” non è quell’espressione retorica che si associa di solito alle tradizioni, a quello che è stato costruito prima, al passato. La cultura di ciascuno di noi, e delle comunità a cui ciascuno di noi appartiene è una palla di pongo continuamente in evoluzione, sempre imperfetta e incompleta, in cui spesso quelle barrette gialle o rosse da cui è nato tutto sono solo un ricordo. Un pezzetto del sapere, a loro volta. Ed è molto più bella così, la cultura, quello che sappiamo, che siamo e che saremo, rispetto a tutte le “identità” che pretendiamo di darci e di cui le nostre insicurezze hanno bisogno.

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