La guerra in Ucraina non sta producendo solo una devastazione umana e materiale, ma sta ridisegnando gli equilibri economici globali, generando inflazione, rallentamento della crescita, shock energetici e politiche monetarie più dure.
Il confronto tra gli economisti Sergio Rossi e Stefano Lucarelli (intervistati da Marco Pagani e Barbara Camplani in Alphaville) ha provato a spostare lo sguardo: non solo analizzare il conflitto, ma interrogarsi sulle condizioni economiche che lo hanno reso possibile. E soprattutto su quali basi costruire «un’economia della pace in tempo di guerra».

Per un’economia della pace
Alphaville 24.02.2026, 12:05
Contenuto audio
Rossi, professore di Macroeconomia all’Università di Friburgo, ha descritto un bilancio economico-finanziario pesante: spese militari in aumento, volatilità dei mercati, perdite per i fondi pensione, catene produttive interrotte. La crescita europea è quasi ferma, la Germania in recessione. E l’avvertimento è netto: «se si acquistano armi prima o poi si rischia anche di foraggiare di nuovi conflitti a livello globale».
Lucarelli, docente di Politica economica all’Università di Bergamo, ha allargato il quadro. Il conflitto, sostiene, non è esploso nel vuoto: gli accordi di Minsk, le interferenze statunitensi, i finanziamenti ai movimenti nazionalisti ucraini hanno alimentato tensioni già profonde. Sullo sfondo, il nervosismo americano di fronte all’integrazione economica tra UE, Russia e Cina, con la Via della Seta pronta a rafforzare i legami con i BRICS.
Rossi ha poi affrontato la “policrisi”: neoliberismo estremo, finanziarizzazione, egemonia del dollaro. Gli Stati Uniti, grazie alla loro moneta, possono acquistare dal mondo offrendo in cambio solo promesse di pagamento. Ma i BRICS stanno cercando di sottrarsi a questa dipendenza. Da qui, secondo Rossi, la tentazione americana di «cercare di scatenare dei conflitti anche di vasta portata, per imporre con la forza, anche militare, quello che l’America non riesce più a imporre con il proprio soft power».
Da questa analisi nasce la proposta di una moneta internazionale non legata a una singola nazione. Eliminerebbe la speculazione sui cambi, stabilizzerebbe gli investimenti e impedirebbe squilibri strutturali. Con una moneta sovranazionale, spiega Rossi, «ogni paese resterebbe sovrano monetariamente nel proprio interno», evitando che alcuni possano «acquistare senza vendere nulla, che possano ricevere senza dare nulla in cambio».
Lucarelli ricorda che già dopo la grande recessione la Cina aveva rilanciato l’idea di una nuova Bretton Woods. Oggi, mentre gli Stati Uniti passano dal libero scambio a un protezionismo aggressivo, l’Europa rischia di scivolare in un’economia di guerra: «in Europa stiamo entrando in un’economia di guerra», avverte, con una produzione sempre più orientata al dual use e con l’Italia trascinata dalle commesse militari di Stati Uniti e Israele.
Rossi condivide la preoccupazione: più spesa militare significa meno risorse per politiche sociali e industriali. L’intelligenza artificiale rischia di aggravare disoccupazione e tensioni sociali, mentre nuove bolle speculative minacciano la stabilità finanziaria. Tutto ciò, avverte, «farà male poi anche alla classe politica».
Il dibattito si chiude su una proposta concreta: una moneta digitale sovranazionale, usata solo per le transazioni tra banche centrali. Uno strumento per garantire pagamenti definitivi, ridurre la speculazione e stabilizzare il sistema. «La moneta è un mezzo di pagamento ma non è un attivo finanziario», ricorda Rossi. Lucarelli concorda: una moneta internazionale dovrebbe ispirarsi a Keynes, scoraggiando l’accumulo di crediti e sostenendo la spesa reale, evitando che le stablecoin legate al dollaro riportino i paesi nell’orbita statunitense.
La conclusione è chiara: senza una riforma strutturale del sistema monetario internazionale, parlare di pace resta un esercizio retorico. Un’economia della pace richiede strumenti nuovi, capaci di ridurre le asimmetrie e disinnescare le tensioni. La moneta digitale sovranazionale potrebbe essere il primo passo verso un ordine più stabile, meno conflittuale e finalmente orientato al bene comune.


