Le temperature aumentano all’improvviso e il corpo torna immediatamente a farsi sentire. Il caldo estremo non è un’esperienza astratta: è pelle che suda sui sedili dei mezzi pubblici, vestiti che si attaccano addosso, gambe che si gonfiano, sonno interrotto. Ma non tutti i corpi attraversano il caldo nello stesso modo — e soprattutto non vengono guardati nello stesso modo.
I corpi grassi, durante l’estate, diventano ancora più esposti allo sguardo pubblico: giudicati, moralizzati, interpretati come eccessivi. Lo spazio che occupano sembra improvvisamente più visibile — in spiaggia, nei vestiti leggeri, nei movimenti rallentati dal caldo. Allo stesso tempo, anche la magrezza estrema nasconde una fragilità raramente raccontata: corpi mantenuti sotto costante restrizione alimentare possono diventare più vulnerabili alla fatica, alla disidratazione, agli squilibri fisici. L’ideale del corpo leggero entra così in conflitto con la concretezza biologica del vivere dentro temperature sempre più ostili.
Eppure la cultura visiva contemporanea continua a desiderare corpi sempre più piccoli, asciutti, controllati.
Il ritorno dell’heroin chic — o almeno della sua grammatica estetica — non coincide soltanto con la nostalgia Y2K. Non è solo eyeliner sbavato e jeans a vita bassa. È il ritorno di un immaginario della sottrazione: occupare meno spazio, avere meno carne, meno presenza, meno bisogno.
Non è un caso che questo accada in un momento storico dominato dall’ansia: economica, climatica, alimentare. Nei periodi di instabilità il corpo femminile torna spesso a essere il primo territorio di disciplina. Il controllo del corpo diventa una forma simbolica di controllo sul caos.
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Negli anni Novanta la magrezza estrema veniva raccontata come ribellione glamour e decadente. Oggi torna invece sotto il segno dell’efficienza. Wellness, digiuno intermittente, conteggio delle proteine, farmaci dimagranti, pilates come purezza morale. La nuova magrezza non deve sembrare autodistruttiva: deve sembrare ottimizzata. Ma il risultato è simile. Un corpo ideale che comunica disciplina attraverso la riduzione.
Negli ultimi anni questo processo si è intrecciato con un altro fenomeno: la trasformazione della body positivity da linguaggio politico a linguaggio commerciale. L’invito ad “amare il proprio corpo” è stato assorbito dalla pubblicità e dagli algoritmi. Bisogna mostrarsi sicure, luminose, emancipate. Bisogna performare l’accettazione di sé.
Molte donne raccontano oggi una forma di stanchezza verso questa richiesta continua di consapevolezza e amore per il proprio corpo. È qui che la body neutrality appare meno come una tendenza e più come una tregua. Non devo amare ogni parte del mio corpo per meritare rispetto. Non devo trasformare il mio aspetto in un progetto identitario permanente. Posso semplicemente esistere dentro un corpo.
Perché il caldo estremo riporta il corpo alla sua dimensione materiale, fuori dall’astrazione estetica. Il caldo insiste nel ricordarci che il corpo è materia. Un corpo suda, pesa, occupa spazio, produce attrito.
Ed è forse qui che emerge il nodo più interessante. La paura culturale del corpo grasso non riguarda soltanto la bellezza: riguarda il rapporto con lo spazio, con la visibilità. Il corpo grasso viene spesso letto come un corpo “troppo”: troppo presente, troppo visibile. Al contrario, il corpo magro continua a essere associato all’autocontrollo, alla capacità di comprimersi.
In un mondo sempre più caldo, il corpo torna così a essere prima di tutto ciò che è sempre stato: qualcosa che sente, fatica, occupa spazio e sopravvive.

Caldo al di sopra della norma
Il Quotidiano 22.05.2026, 19:00

