Società
Mondiali

L’ultimo nazionalismo accettabile (?)

Nel grande teatro del Mondiale il nazionalismo va in scena edulcorato: le identità si travestono da virtù e il tifo diventa un rito

  • Un'ora fa
world-cup
Di: Mat Cavadini 

C’è una strana ipocrisia che avvolge il più grande spettacolo della Terra. In un’epoca frammentata da guerre, polarizzazioni e rigurgiti identitari, i Mondiali di calcio del 2026 vengono narrati come il trionfo dell’armonia globale. Un mese di tregua in cui miliardi di persone condividono lo stesso linguaggio universale. Ma la verità, come suggerisce il politologo Ilan Kapoor, è ben diversa: il Mondiale non sospende la geopolitica, la mette in scena. Anzi, fa qualcosa di ancora più profondo: igienizza il nazionalismo, trasformandolo in un prodotto di consumo emotivamente irresistibile e politicamente corretto. È l’ultimo nazionalismo accettabile.

Mentre nella quotidianità associamo i confini, le bandiere e l’orgoglio identitario a derive xenofobe o autoritarie, sul rettangolo verde tutto questo viene riabilitato. Cantare l’inno con le lacrime agli occhi, rivendicare antichi torti storici contro l’avversario di turno o cullare sogni di destino nazionale diventa improvvisamente un atto virtuoso, persino poetico.

La Coppa del Mondo 2026 sta incarnando perfettamente questa contraddizione. Con l’allargamento a 48 squadre, la FIFA vende una narrazione di massima inclusione. Eppure, questa espansione non fa che moltiplicare i drammi nazionali pronti per essere consumati. Ogni partita si trasforma in un referendum sul carattere di un popolo: i brasiliani sono “fantasiosi”, i giapponesi “disciplinati”, i marocchini “eroici”, i francesi “multiculti”, gli svizzeri “quadrati”. Stereotipi culturali che, lungi dal rimanere confinati allo sport, si incollano alla percezione geopolitica dei paesi.

Per le nazioni storicamente marginalizzate, il calcio offre una ribalta altrimenti negata dai rapporti di forza economici o militari. Il caso del Marocco – capace di sfidare le ex potenze coloniali – dimostra come il riscatto passi oggi da una rete transnazionale. Il nazionalismo calcistico contemporaneo non è più isolazionista: è plasmato dalla globalizzazione, fatto di calciatori della diaspora cresciuti nelle accademie europee e di tifosi connessi globalmente.

Tuttavia, questa apparente festa della diversità nasconde dinamiche di controllo ferree. Gli Stati sfruttano lo spettacolo per proiettare un’immagine di modernità e apertura, mentre blindano le frontiere e reprimono il dissenso interno (si pensi alle tensioni sulle politiche migratorie statunitensi a ridosso dei match). La stessa FIFA organizza l’universalità attraverso la divisione: ci si unisce solo dopo essersi rigorosamente separati in squadre, bandiere e sponsor. Persino i cori e le musiche negli stadi sono curati a tavolino per essere trasmessi e monetizzati.

Il calcio può generare autentica gioia, solidarietà e un senso di appartenenza per comunità diasporiche che cercano visibilità. Ma non dobbiamo illuderci. Le emozioni più profonde dei popoli sono oggi governate da un triangolo d’interessi inscindibile: i tifosi creano l’atmosfera, i governi incassano il prestigio e le multinazionali catturano il valore economico. Il nazionalismo non ha abbandonato il campo da gioco; semplicemente, è diventato il gioco stesso.

01:56

Il servizio con Murat Yakin (Rete Uno Sport 12.07.26, 12h30)

RSI Sport 12.07.2026, 10:30

Ti potrebbe interessare