In contemporanea ai Mondiali di calcio, come sappiamo, si è tenuto il torneo di tennis di Wimbledon. Chi abbia seguito entrambe le competizioni non può non aver notato la palese differenza tra questi due sport: il calcio vede affrontarsi sul campo 22 giocatori e un arbitro; il tennis soltanto due giocatori. Del tutto irrilevante è il fatto che per entrambi gli sport esista una sorta di deus infallibile (il var per il primo, il challenge per il secondo), utile a decretare la «verità» definitiva su un fallo o un fuoricampo: nel caso del tennis il challenge viene infatti chiamato per una verifica indefettibile, nel caso del calcio a chiamarlo è sempre la compagine arbitrale: dunque ricade, giocoforza, sotto le forme del più libero (e oscuro) arbitrio.
Lo sanno in particolare l’Egitto e la Svizzera, che nei rispettivi confronti con l’Argentina hanno dovuto giocare non solo contro una nazionale più solida (per quanto mai realmente dominante), ma anche, secondo l’impressione di molti, contro un arbitro che soprattutto nel primo caso ha influenzato risultato e meriti.
Espulsione scellerata
Ecco, la parola è questa: meriti. Lo sport, antica espressione (a partire dall’origine delle Olimpiadi) di una nobilitazione dell’uomo dagli orrori della guerra, si è ormai diviso in due macro-categorie: le discipline corruttibili e le discipline incorruttibili. E il calcio sembra ricadere sempre più nella prima categoria: il merito dei giocatori è parte integrante ma non integrale del gioco, la meritocrazia continua a contare ma conta sempre meno.
Ora, questi rilievi sarebbero del tutto scontati – e da decenni – se riguardassero solo l’aspetto morale del problema, vale a dire la corruttibilità umana, che come sappiamo è antica quanto il mondo. Ma il dato di novità è che alla naturale immoralità si aggiunge oggi la subordinazione di ogni ambito umano agli interessi del grande capitale.
Campionissimi tra business e campo
Kappa 22.06.2026, 17:35
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La domanda sul perché un arbitro favorisca una squadra non riguarda più soltanto la sua malafede individuale, che attinge magari a una «semplice» simpatia sportiva («Favorisco l’Argentina perché odio gli svizzeri, o gli egiziani – oppure perché mia nonna era di Buenos Aires»), bensì l’immenso universo di interessi economici che ruotano intorno a ogni singola partita. Già, chiunque si chieda perché si dovrebbe favorire l’Argentina (per fare solo questo esempio paradigmatico) trova immediatamente una risposta semplice: perché intorno all’Argentina e al suo giocatore più rappresentativo ruotano interessi miliardari. Perché un’Argentina estromessa dai Mondiali determinerebbe un crollo di introiti stratosferico, a partire dagli sponsor che alonano la figura di Messi.
Insomma, nel calcio è ormai delineata una tifoseria parallela a quella di chi assiste alle partite, in poltrona o allo stadio: quella delle persone che, nel tifare per questa o quella squadra, tifano in realtà per il denaro.
Un processo di degradazione del calcio a «mercato del calcio» che non solo corrompe il gioco giocato e il gioco arbitrato, ma anche il gioco assistito, cioè la tifoseria. Basti un semplice esempio: gli stessi egiziani che fino a due settimane fa, in onore alla sua oggettiva qualità calcistica, veneravano Messi come un idolo o una divinità, oggi lo investono dei peggiori vituperi. Non solo: lo considerano a sua volta un «venduto» e giurano che non seguiranno mai più una sua partita.
Vivo al Cairo, e ho visto tanti egiziani virare dal tifo calcistico al tifo ideologico prima della partita Argentina-Svizzera: senza nemmeno conoscere i giocatori della Svizzera, gridavano «Hopp Schwiiz» con più trasporto di un appenzellese o di un bernese. Un fatto di per sé quasi comico, ma su un piano sportivo assolutamente deprimente. Come d’altronde la degradazione del calcio a occasione di rimostranza politica: quasi che sul campo non giocassero più Alvarez e Messi ma Netanyahu e Trump. Ho sentito dire: «Il sionismo si è comprato il mondo, ormai le multinazionali decidono chi deve vincere e chi perdere»; «Milei e Messi devono finire nello stesso inferno»; per non parlare della ormai logora «Messi è ebreo».
La rabbia che attraversa la mente di tifosi frustrati in larga misura si sta insinuando nell’inconscio di moltissime persone, non solo del Terzo Mondo già storicamente umiliato: se tutto è in mano all’economia e al mercato, lo sport può dirsi finito. E così, anche chi, come il sottoscritto, sperava di godersi i capolavori di Messi, oggi non può osservarli se non nella fosca luce che li accompagna. Una luce che nell’illuminare i suoi magici piedi porta con sé anche gli opachi riverberi di tutto ciò che sta dietro la Pepsi, le patatine e i cappellini.
Mondiali, highlights di Argentina-Svizzera (LA2 Sport Live 12.07.2026, 03h00)
RSI Sport 12.07.2026, 05:57




