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Questa Nati è più svizzera che mai

La FIFA ha rimosso quasi 90’000 contenuti offensivi al Mondiale. Tra le squadre più colpite c’è la Svizzera, bersaglio di insulti razzisti proprio perché potente simbolo positivo di integrazione

  • Oggi, 17:05
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La Svizzera si meritava di vincere il mondiale

RSI Spam 15.07.2026, 17:00

  • A cura di Pablo Creti e Michel Galati
Di: Pablo Creti 

Più di sei milioni di post e commenti analizzati durante la fase a gironi del Mondiale, quasi 90 mila contenuti offensivi individuati e rimossi o segnalati, un aumento di tredici volte rispetto al 2022. È il bilancio del Social Media Protection Service della FIFA, il sistema che monitora i principali social network per proteggere calciatori, allenatori, arbitri e federazioni dagli abusi online. Tra i dati che più colpiscono c’è quello che riguarda la Svizzera: la Nazionale rossocrociata è stata una delle più bersagliate da commenti razzisti. Nel mirino, soprattutto, giocatori accusati di non essere “veri svizzeri” per il colore della pelle, il cognome o le origini della loro famiglia.

Una storia che, purtroppo, non è nuova. Da anni, ogni volta che la Svizzera scende in campo, c’è chi continua a mettere in discussione l’identità dei suoi giocatori. Come se l’appartenenza a un Paese si misurasse con il luogo di nascita dei genitori o con il colore della pelle, e non con il percorso di vita di una persona.

Eppure c’è una grande contraddizione.

Perché proprio quella Nazionale che alcuni definiscono “non abbastanza svizzera” è probabilmente uno dei progetti più riusciti della Svizzera moderna.
Da oltre vent’anni l’Associazione Svizzera di Football non costruisce soltanto squadre competitive. Costruisce un sistema. Un percorso che parte dai vivai, attraversa i centri di formazione e arriva fino alla Nazionale maggiore. Un progetto che considera il calcio anche uno strumento di integrazione, di educazione e di coesione sociale.

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  • Keystone

La vittoria del Mondiale Under 17 nel 2009 fu il simbolo di questo lavoro. Da quella generazione sono usciti Xhaka, Rodríguez, Seferović e tanti altri protagonisti della Nazionale. Ma il vero successo non è stato soltanto sportivo: è stato dimostrare che investire sui giovani cresciuti in Svizzera, indipendentemente dalle loro origini familiari, produce valore dentro e fuori dal campo.

La Nazionale di oggi racconta perfettamente un Paese con quattro lingue nazionali, culture diverse, storie migratorie differenti e identità multiple che convivono ogni giorno. Molti giocatori sono nati in Svizzera, altri sono arrivati da bambini, altri ancora sono figli di genitori immigrati. Ma tutti sono cresciuti nelle scuole svizzere, nei campetti svizzeri, nei club svizzeri. Sono il risultato di un sistema che offre opportunità e che chiede in cambio impegno, talento e senso di appartenenza.

Per questo gli insulti razzisti fanno ancora più rumore.

Perché non colpiscono soltanto dei calciatori, colpiscono un modello. L’idea che lo sport possa essere un collante sociale. Che possa dimostrare come persone con storie familiari diverse possano sentirsi parte della stessa comunità. Naturalmente il calcio non risolve tutti i problemi dell’integrazione. Sarebbe ingenuo sostenerlo, ma può mostrare una strada. La Svizzera, negli ultimi vent’anni, ha scelto di percorrerla con continuità, trasformando la propria diversità in un punto di forza. I risultati sportivi sono sotto gli occhi di tutti. Quelli sociali, forse, lo sono un po’ meno. Ma basta guardare lo spogliatoio della Nazionale per capire quanto questa idea abbia funzionato.

E forse è proprio questo il paradosso più grande. Mentre una piccola minoranza continua a dire che quei ragazzi non sarebbero abbastanza svizzeri, è proprio quella squadra a rappresentare una delle immagini più autentiche della Svizzera di oggi: un Paese che cambia, che mescola culture diverse e che, quando riesce a farle giocare insieme, diventa più forte.

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