Nella notte del 12 luglio una moltitudine di svizzeri si trovavano davanti a uno schermo guardavano Argentina-Svizzera. C’è chi aveva puntato la sveglia; chi non è mai andato a dormire; chi si è riunito in salotto; chi ha deciso di raggiungere uno dei maxischermi allestiti nelle piazze: a Locarno 16’000 persone in Piazza Grande.
Per più di due ore, persone con background, mestieri, vite diverse, che normalmente abitano mondi mediatici differenti, algoritmi costruiti con sfumature di interessi distinti, hanno guardato le stesse immagini. Per qualche ora, milioni di persone che non si conoscono e probabilmente non si incontreranno mai hanno condiviso la stessa esperienza, riconoscendosi parte della stessa comunità. La partita contro l’Argentina ha fatto della Svizzera un unico corpo sociale.
Nella Svizzera tedesca la partita ha raccolto 830.000 spettatori e il 93,6% di quota di mercato, oltre a circa 690.000 avvii del livestream. Numeri notevoli, considerando il fischio d’inizio alle 3.00 del mattino, nel pieno di una notte estiva.
La partita Svizzera-Argentina è stata a tutti gli effetti una finestra multimediale condivisa: un momento in cui una comunità molto ampia – in questo caso i tifosi rosso-crociati – sceglie di consumare lo stesso prodotto, seguendo la stessa narrazione contemporaneamente.
Per buona parte della storia dei media, questa condizione era la norma: esistevano pochi canali, la scelta per il pubblico era limitata, e ci si concentrava su gli stessi programmi; il giorno dopo, le conversazioni iniziavano con: «Hai visto anche tu, ieri?».
Daneil Dayan ed Elihu Katz definivano queste situazioni mediatiche come media events: avvenimenti con la capacità di sospendere temporaneamente il normale palinsesto, e di magnetizzare l’attenzione di una nazione. Non importa che si tratti di una finale sportiva, di un’incoronazione o di uno sbarco sulla Luna: il loro effetto consiste nel far convergere milioni di persone sul medesimo racconto nello stesso momento.
Tifosi in Piazza Grande a Locarno
Oggi questa condivisione si è alterata: consumiamo molti più contenuti, certo, ma lo facciamo attraverso percorsi sempre più individuali e personalizzati. È una frammentazione che ci separa anche condividendo lo stesso luogo fisico: singole famiglie, riunite sotto lo stesso tetto, guardano schermi diversi. Non si tratta solo di contenuti: gli algoritmi costruiscono per ogni utente una sequenza di contenuti e di notizie, immagini e racconti, selezionati in basi a interesse, attenzione e sui comportamenti precedenti. Ciascuno riceve una versione del mondo leggermente diversa, più personalizzata e meno universale. Scompare dunque uno spazio pubblico in cui differenti gruppi incontrano fatti e temi simili. Intendiamoci, non c’entrano le opinioni, l’interpretazione di ciò che si guarda: è che, senza un terreno comune, diventa più difficile capire di cosa stiamo discutendo.
Anche quando gli eventi sono gli stessi la loro fruizione non coincide. Ogni generazione li intercetta in momenti diversi, su piattaforme diverse, attraverso narrazioni che li reinterpretano e talvolta li stravolgono. Guardiamo tutti verso lo stesso fatto, ma da finestre differenti: cambiano l’angolazione, la distanza e, spesso, il significato stesso di ciò che vediamo.
Una partita come quella di domenica 12 luglio ci ricorda che la finestra comune ancora esiste, e che può riaprirsi. La vera potenza delle finestre multimediali condivise è questa: non chiederci di pensare tutti nello stesso modo, ma offrirci qualcosa che possiamo pensare insieme.

Ci riportano ad una forma ancestrale di intimità, quella della comunità riunita attorno al fuoco, quella dei fedeli che ascoltano lo stesso sermone, degli abitanti di un paese riuniti nella stessa piazza (appunto). Cambiano gli schermi e le tecnologie, rimane il bisogno di orientare collettivamente l’attenzione verso un punto comune. Durkheim chiamava questo bisogno «effervescenza collettiva», ovvero la necessità di radunarsi attorno a un rito condiviso e sperimentare sperimenta in modo tangibile il proprio essere gruppo fare gruppo. Oggi il rito può essere una partita di calcio trasmessa su un maxischermo anziché una cerimonia religiosa, ma il meccanismo sociale rimane sorprendentemente simile.

Argentina-Svizzera: la notte dei tifosi
Il Quotidiano 12.07.2026, 19:00



