Ogni forma di educazione è una forma di violenza. Non metaforica: concreta. Ogni adulto che educa esercita un potere, e ogni potere incide. Possiamo raccontarcela in mille modi, ma la verità resta brutale: educare significa imporre un mondo a qualcuno che non l’ha scelto.
Freud lo aveva già intuito quando definiva l’educazione una «professione impossibile»: impossibile perché pretende di correggere ciò che non è rotto, di modellare ciò che non ha chiesto di essere modellato. Lacan, con la sua consueta ferocia teorica, rincara: «L’educazione fallisce sempre». Non per errore, ma per struttura. Perché l’atto educativo è sempre un atto di forzatura.
Il trauma non è un incidente: è il metodo. È il “stai fermo”, il “non fare così”, il “devi imparare”, il “non basta”. È la pedagogia del controllo travestita da cura.
La scuola è il luogo dove questa violenza diventa sistema. Non è un santuario del sapere: è una macchina di normalizzazione. Classifica, misura, valuta, punisce. Trasforma la curiosità in performance, l’errore in colpa, la differenza in problema. Nessuno esce indenne dalla scuola. Nessuno esce senza cicatrici. La scuola non forma: deforma. E lo fa con la certezza di essere nel giusto.
Il trauma educativo nasce qui: non quando l’adulto sbaglia, ma quando l’adulto pretende di avere ragione.
E non c’è pedagogia “dolce” che salvi. Anche le versioni più progressiste dell’educazione portano con sé una forma di intrusione: l’idea che il bambino debba essere guidato, orientato, accompagnato. Ma accompagnato verso cosa? Verso chi? Verso quale modello di essere umano?
La religione non fa eccezione. Anzi: è la forma più antica e più pervasiva di educazione normativa. Prima ancora della scuola, prima della famiglia moderna, è la religione a dire cosa è giusto, cosa è sbagliato, cosa è puro, cosa è impuro. A stabilire cosa si può desiderare e cosa no. A definire il bene, il male, il peccato, la colpa. È un’educazione che non si presenta come tale: si presenta come verità. E proprio per questo incide più profondamente.
La religione educa attraverso il dogma, il rito, la ripetizione. Non chiede di capire: chiede di credere. Non propone: prescrive. Non suggerisce: ordina. È un sistema educativo che non ammette alternative, perché ciò che insegna non è un’opinione ma un destino. E come ogni destino imposto, lascia un segno.
Il trauma religioso non nasce solo dalle proibizioni, ma dalla loro interiorizzazione. Dal senso di colpa che diventa struttura. Dalla paura del giudizio che si confonde con la coscienza. Dall’idea che esista un’autorità invisibile che osserva, valuta, registra. È un’educazione che non si limita a modellare il comportamento: modella l’immaginazione morale.
Non si tratta di negare la dimensione spirituale, né di ridurre la religione a un apparato disciplinare. Si tratta di riconoscere che, come ogni forma di educazione, anche la religione esercita un potere. E ogni potere, quando non viene nominato, diventa violenza.
La verità è che non esiste educazione/religione innocente. Ogni educazione/religione è un atto politico, un atto di potere, che lascia il segno.
Il punto non è eliminare il trauma — impossibile — ma smettere di negarlo. Smettere di travestire la ferita da benevolenza. Smettere di raccontarci che l’educazione/religione è solo proteggere, nutrire, far crescere. Educare/moralizzare è anche limitare, reprimere, deviare, tagliare. È un intervento chirurgico sulla psiche altrui.
La domanda allora è: quando educhiamo o prescriviamo quanto siamo disposti ad ammettere la violenza che stiamo esercitando?
Restare umani
Laser 12.01.2024, 09:00
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