L’intelligenza artificiale è entrata nel perimetro della geopolitica. Il recente vertice di Pechino tra Stati Uniti e Cina segna un passaggio: l’IA non è più solo una questione tecnologica, ma un dossier strategico che intreccia sicurezza, difesa e competizione economica globale.
Pur non essendo vincolata dall’AI Act europeo, Berna sta definendo la propria strategia: da un lato la tradizionale neutralità e l’attrattività per i centri di ricerca internazionali (ETH, EPFL, IDIAP), dall’altro la necessità di non restare schiacciata tra i giganti. Anche in Ticino, dove operano realtà come la SUPSI e diverse startup attive nell’intelligenza artificiale, la domanda è la stessa: come competere senza infrastrutture proprie e senza il peso politico di Bruxelles?
Secondo Maurizio Carmignani - ospite ad Alphaville e membro del faculty della Luiss School of Government - il cambio di passo è legato all’emergere di modelli sempre più sofisticati e difficili da governare, in grado di incidere su cybersicurezza, analisi strategica e operazioni informative. In questo scenario, Washington e Pechino hanno iniziato a parlarsi, introducendo l’idea di guardrail e test condivisi, pur partendo da posizioni distanti. Il dialogo resta fragile, ma rappresenta un primo livello di cooperazione.
La trasformazione dell’IA in tema di sicurezza nazionale cambia il quadro: quando entrano in gioco difesa e uso militare, le normative esistenti – compreso l’AI Act europeo – non si applicano. Si entra così in un terreno privo di regole globali, dove le iniziative internazionali sono ancora deboli rispetto al peso delle superpotenze. A differenza del nucleare, l’intelligenza artificiale è accessibile, replicabile e utilizzabile anche da attori non statali, rendendo molto più difficile qualsiasi sistema di controllo.
Europa fuori dal tavolo AI
Alphaville 18.05.2026, 12:05
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Un dilemma che riguarda anche la Svizzera. Pur vantando centri di ricerca di eccellenza e una tradizione di innovazione, la Confederazione si trova nella stessa posizione dell’Europa: forte sul piano normativo e della ricerca di base, ma dipendente da infrastrutture controllate altrove. La Svizzera può giocare un ruolo di mediazione e standard-setting, ma solo se investe in capacità computazionale propria e in alleanze strategiche. Il recente dibattito sulla sovranità digitale ha portato a valutare investimenti in data center e chip, ma le risorse restano limitate rispetto ai miliardi di USA e Cina.
Un punto centrale riguarda il ruolo dell’Europa. Carmignani evidenzia come l’Unione europea, pur disponendo del quadro regolatorio più avanzato, resti ai margini perché non controlla le infrastrutture critiche: potenza di calcolo, chip e modelli di frontiera sono concentrati tra Stati Uniti e Cina. Il rischio è di una posizione subalterna, costretta ad adattarsi a regole stabilite altrove.
Anche sul piano industriale emergono divergenze: il modello statunitense, sostenuto da investimenti enormi e grandi player privati; quello cinese, orientato a costi più bassi e diffusione capillare. In mezzo, le imprese europee e svizzere, attratte da soluzioni più accessibili ma prive di una vera alternativa domestica.
Per Eugenio Prosperetti, avvocato specializzato in diritto dell’Information technology e docente alla LUISS, la chiave passa da controlli più mirati: non solo regolazione generale, ma gestione dell’accesso ai modelli, delle infrastrutture e degli usi concreti, soprattutto nei contesti più critici. L’AI Act rappresenta un primo passo, ma non basta a garantire autonomia tecnologica né sicurezza strategica. La cooperazione tra Stati Uniti e Cina potrebbe evolvere in una forma di sorveglianza reciproca più che in una vera condivisione.
Per l’Europa – e per la Svizzera – la sfida è duplice: non limitarsi a normare, ma costruire capacità tecnologiche proprie; non inseguire i giganti, ma trovare nicchie di eccellenza dove competere. Il Ticino, con la sua posizione di cerniera tra Italia e Svizzera, tra ricerca accademica e tessuto industriale, potrebbe giocare un ruolo in questa partita.



