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Neuchâtel: il dibattito sugli spazi autogestiti riparte dagli ex mattatoi

Dopo l’occupazione degli ex mattatoi di Serrières e il successivo sgombero, il collettivo ABAL rilancia il dibattito sugli spazi autogestiti tra accesso alla cultura, inclusione sociale e dialogo con le istituzioni

  • Un'ora fa
Autogestione in Svizzera Collettivo ABAL
Di: Alphaville/gapo 

L’autogestione torna al centro del dibattito in Svizzera. Dopo i recenti fatti di Basilea, dove lo sgombero di uno stabile occupato dal collettivo ZACK ha provocato tensioni e disordini, la discussione si concentra anche su Neuchâtel. Qui, a metà giugno, il collettivo ABAL ha occupato per dieci giorni gli ex mattatoi di Serrières per dare vita al progetto Caràc, prima che l’area venisse sgomberata.

A raccontare obiettivi e prospettive dell’iniziativa sono state Rose e Juliette, portavoce del collettivo, intervistate ad Alphaville. Dalle loro parole emerge il ritratto di una realtà composita, formata da persone con percorsi molto diversi tra loro: studenti, lavoratori e lavoratrici, residenti della città e persone provenienti da altri contesti, con età comprese tra i diciannove e oltre cinquant’anni. A unire il gruppo è soprattutto la convinzione che la cultura non debba essere un privilegio riservato a pochi e che sia necessario creare luoghi accessibili dove incontrarsi, produrre arte e sviluppare progetti collettivi.

La vicenda si è però rapidamente intrecciata con il confronto istituzionale. Dopo dieci giorni di occupazione, il Comune di Neuchâtel ha sporto denuncia. Il giorno successivo circa duecento persone si sono radunate davanti al Municipio in una manifestazione di sostegno al progetto e per chiedere il ritiro della denuncia. Il collettivo ha successivamente domandato all’esecutivo comunale di ritirare il procedimento, ma la questione non è stata affrontata dal Consiglio comunale nella riunione indicata dall’autorità e la denuncia è rimasta in vigore.

Secondo Juliette, la situazione attuale resta poco chiara. Il collettivo sostiene di voler aprire un dialogo costruttivo con il Comune e ricorda che, durante l’occupazione, il confronto con le autorità si è limitato a un breve incontro. Da parte sua, il gruppo chiedeva proposte concrete per spazi alternativi o elementi che dimostrassero l’inagibilità dell’edificio occupato.

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Autogestione in Svizzera

Alphaville 06.07.2026, 11:45

  • Francesca Rodesino

A sostegno di Caràc sono state raccolte circa mille firme. Per le portavoce, questo dato dimostra che il problema della mancanza di spazi non riguarda soltanto le persone coinvolte nel progetto. Diverse strutture culturali esistenti avrebbero infatti segnalato difficoltà analoghe nell’accogliere artisti e operatori del settore sociale e culturale. Caràc avrebbe inoltre voluto ospitare un caffè sociale e un centro di riuso, servizi che secondo il collettivo risponderebbero a bisogni presenti in città.

Il tema dell’autogestione continua tuttavia a suscitare diffidenze. Rose osserva che si tratta di un modello poco abituale, fondato sull’assenza di gerarchie tradizionali e sulla messa in discussione di forme organizzative considerate più rassicuranti. A questa percezione contribuiscono anche i frequenti interrogativi sulla sicurezza di questi spazi. Secondo il collettivo, però, associare episodi di violenza all’autogestione significa confondere il contenitore con fenomeni che possono verificarsi in qualsiasi contesto sociale: la criminalità e gli atti violenti non sono una prerogativa dei centri autogestiti. Anche per questo il dialogo con le istituzioni viene indicato come un elemento centrale. Comuni e Cantoni, sostengono le portavoce, dovrebbero mostrarsi più aperti verso queste esperienze e riconoscerne il contributo alla vita sociale e culturale.

Oggi la priorità sarebbe creare luoghi multiculturali e inclusivi, capaci di accogliere persone provenienti da contesti differenti e da gruppi che sperimentano forme di marginalizzazione. Proprio per questo, alla luce degli sgomberi che negli ultimi anni hanno interessato realtà come il Molino di Lugano e, più recentemente, il collettivo ZAK a Basilea, il collettivo teme che questi spazi siano sempre più fragili. Un rischio che, secondo Rose e Juliette, potrebbe avere conseguenze non soltanto per chi li frequenta, ma per l’intera comunità.  

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