«Guarda, quello che hai detto sarebbe anche giusto, però se lo dici urlando passi dalla parte del torto». Quante volte mi è stata detta questa frase: di persona, ma ormai, sempre più spesso, anche sui social media. Per me è sempre stato difficile capire come io possa aver ragione e al contempo torto, solo per le modalità con cui dico le cose. Come si fa a far notare un’ingiustizia, a lamentare un sopruso, a denunciare un’oppressione con calma e gentilezza? Non dico che non sia possibile. Dico però che è legittimo arrabbiarsi, soprattutto quando le cose non cambiano. Quando si parla di discriminazioni sistemiche, anche permettersi di elaborare la propria rabbia è un privilegio.
La frase che riporto in apertura è un perfetto esempio di tone policing, letteralmente “fare la polizia del tono”. Questa tattica retorica sposta il focus dal contenuto dell’ingiustizia al modo in cui viene espressa, esigendo una calma impossibile da chi subisce un’oppressione. Il tone policing è una delle tante tattiche retoriche che hanno preso piede negli ultimi anni, anche grazie ai social network, anche fuori dai social network.
La comunicazione sulle piattaforme digitali non è neutra, ormai lo sappiamo: gli algoritmi premiano la polarizzazione acritica a scapito della complessità. I social non sono spazi di discussione razionale. Sono economie dell’attenzione che si basano sull’emotività. Le tattiche retoriche servono a creare una spaccatura immediata (“noi” contro “loro”). Il pubblico non si conquista con argomentazioni logiche, ma con stati d’animo (rabbia, scherno, senso di superiorità). La complessità richiede tempo, silenzio e sforzo cognitivo; la retorica tossica, invece, offre una gratificazione emotiva istantanea. Saper riconoscere e smontare le tecniche di manipolazione del discorso significa quindi avere strumenti di autodifesa intellettuale per non cadere nella trappola della polarizzazione.
Sono molte le tattiche retoriche usate per silenziare chi sperimenta qualche tipo di marginalizzazione. Oltre al tone policing, troviamo spesso il concern trolling, cioè fingersi solidali o in ansia per la causa, per minarla dall’interno. Una sorta di “preoccupazione strumentale”, che nasconde la malafede del classico: «Lo dico per il vostro bene, se fate così la gente vi odierà». Abbiamo poi il whataboutism, il “benaltrismo” nostrano che svia l’attenzione per non affrontare il problema presente: «Altro che femminili professionali, i problemi delle donne sono ben altri». Il gaslighting consiste invece nel far dubitare la persona marginalizzata della realtà stessa della propria oppressione («Stai esagerando», «È solo nella tua testa»).
Lo straw man argument è l’“argomento fantoccio”, detto anche “fallacia dell’uomo di paglia” (che è la traduzione letterale di “straw man”, infatti). Chi usa questa tattica crea una versione distorta e assurda della tesi della minoranza per poterla attaccare e ridicolizzare più facilmente: «Vuoi che al lavoro ci siano bagni gender-neutral? Quindi vuoi cancellare uomini e donne e imporre la tua ideologia». Il sealioning (letteralmente “fare il leone marino”, espressione effettivamente usata sui social) si configura come un vero e proprio “interrogatorio in malafede”: una tempesta di domande apparentemente educate e sincere, che hanno l’obiettivo di sfinire la controparte. Infine, la “falsa equivalenza” mette sullo stesso piano posizioni profondamente asimmetriche, equiparando l’oppressione sistemica al fastidio di chi ne sente parlare: «Sia una critica al razzismo sia un commento razzista sono ‘opinioni’. Quindi vanno trattate allo stesso modo».
Il filo conduttore è chiaro: nessuna di queste tecniche entra mai nel merito della discussione; servono tutte a squalificare chi parla.
https://rsi.cue.rsi.ch/cultura/societa/%C2%ABNon-fare-l%E2%80%99isterica%C2%BB-alcune-riflessioni-sulla-rabbia-femminile--2136200.html
Di fronte a questo elenco di definizioni, sorge spontanea una domanda: perché per nominare queste trappole discorsive dobbiamo ricorrere così spesso all’inglese? L’italiano custodisce l’eredità della retorica latina classica. Abbiamo studiato Cicerone e Quintiliano, siamo la progenie di una tradizione che ha catalogato ogni minima figura retorica e ogni stilema della persuasione. Eppure, per definire la manipolazione contemporanea, non troviamo parole autoctone.
Il motivo non è la pigrizia linguistica, ma una profonda differenza nello sguardo culturale. La retorica classica è stata codificata per regolare il dibattito pubblico tra pari: cittadini romani, patrizi, figure dotate di potere che si scontravano nel foro. Non era una retorica progettata per analizzare le asimmetrie di potere sistemico o le dinamiche di oppressione.
La cultura anglosassone – in particolare attraverso i cultural studies, i gender studies e il femminismo nero – ha sviluppato molto prima e con maggiore precisione una lente intersezionale. Ha saputo identificare questi fenomeni come meccanismi politici usati dal gruppo dominante per mantenere subalterne le minoranze. L’inglese ha creato queste parole perché ha riconosciuto la natura sistemica del silenziamento. Nella Svizzera italiana e in Italia, dove il dibattito pubblico fatica ancora a dotarsi di una solida alfabetizzazione strutturale sulle discriminazioni, queste dinamiche rimangono spesso invisibili. Importare questi termini non è un vezzo esterofilo, ma la necessità di adottare uno strumento di precisione per nominare strumenti di oppressione che, altrimenti, non sapremmo come descrivere.
Riconoscere queste tattiche, e poterle nominare, sono i primi passi per non subirle o, peggio, diventarne complici.

Il linguaggio della politica (4./5)
In altre parole 23.04.2026, 08:18
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