Non rifiutare il dolore

La bellezza come rifugio

Se il mondo ci espone senza tregua al suo lato più oscuro, la risposta non può essere la resa. Deve essere la capacità di trasformare il dolore in qualcosa che ancora ci somigli: bellezza

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Sebastião Salgado, Goma, Zaire, 1994

Sebastião Salgado, Goma, Zaire, 1994

  • © Sebastião Salgado; Contrasto
Di: Mat Cavadini 

Forse lo scandalo del nostro tempo non è la violenza che vediamo, ma la facilità con cui riusciamo a guardarla senza più sentirla. Ci siamo abituati a tutto: ai corpi sfigurati, alle case sventrate, ai cieli solcati da droni. Il dolore ci attraversa come un rumore di fondo, la bellezza ci sfiora come un anestetico. E in questo cortocircuito – in questa indifferenza lucida, quasi elegante – si misura la crisi più profonda della nostra epoca: non l’orrore, ma la nostra capacità di conviverci senza crollare.

Non è un fenomeno nuovo. Già durante la prima guerra del Golfo, gli incendi dei pozzi petroliferi e i cormorani intrisi di catrame avevano inaugurato una nuova grammatica del vedere: la catastrofe come spettacolo, la tragedia come icona. Le fotografie di Sebastião Salgado, con la loro compostezza quasi classica, ci ricordavano che anche l’orrore può assumere una forma sublime. Gerhard Richter, con i suoi cicli pittorici e con War Cut, mostrava invece l’impossibilità di rappresentare la storia senza tradirla: l’astrazione come unico modo per dire l’indicibile. La guerra come macchia di colore, come rumore di fondo che non riusciamo più a distinguere.

Oggi quel rumore è diventato un ronzio costante. I cieli solcati da droni, le case sventrate, i corpi esposti senza pudore: tutto scorre sui nostri schermi, tutto ci raggiunge senza filtri. Eppure, paradossalmente, più vediamo, meno sentiamo. Quando la casa del mondo si frantuma davanti ai nostri occhi, qualcosa si incrina anche dentro di noi. Diventiamo, come immaginava Günther Anders, “incolpevoli colpevoli”: testimoni impotenti di un male che non abbiamo scelto, ma che ci attraversa.

In questo paesaggio emotivo rarefatto, la depressione non è solo un disturbo individuale: è la forma psichica di un’epoca che ha perso il senso della continuità. Ci muoviamo tra rituali ossessivi, dipendenze, tentativi di anestesia. Cerchiamo un appiglio, un ritmo, un significato che sfugge. Eppure, proprio dove il dolore sembra più denso, qualcosa resiste. Una protesta sotterranea, un desiderio di riparazione. I giovani che entrano in carcere come volontari, che si avvicinano alla giustizia riparativa, che cercano luoghi dove il male non sia solo spettacolo ma relazione: è lì che si intravede una possibilità.

Il carcere come isola utopica, come laboratorio di incontro. È un paradosso solo in apparenza, perché proprio nei luoghi più segnati dal dolore – dove la vita è ridotta all’osso, dove le biografie si spezzano e le identità si contraggono – la bellezza può tornare a farsi strada con una forza che altrove non avrebbe. Lo mostra l’esperienza raccontata in Dolore in bellezza, il progetto nato nel carcere di Parma tra il 2010 e il 2020: un percorso in cui studenti, detenuti, operatori e formatori hanno condiviso storie, immagini, ferite, trasformando la relazione in una forma di giustizia riparativa concreta, incarnata. Lì la bellezza non è decorazione, ma metamorfosi: la possibilità di dare forma a ciò che ferisce, di riconoscere il male senza farsene travolgere.

Anche in Svizzera esistono luoghi in cui il dolore viene trasformato in relazione, e la fragilità diventa materia di lavoro comune. I programmi di giustizia riparativa attivi negli istituti penitenziari – dal Swiss RJ Forum al progetto Sicomoro – mostrano come l’incontro tra detenuti, vittime e cittadini possa aprire spazi di riconoscimento. Non si tratta di indulgenza, ma di responsabilità condivisa: la parola che attraversa il conflitto, la presenza che scioglie l’astrazione del reato. Allo stesso modo, iniziative come il progetto ATENA in Ticino o i laboratori artistici sviluppati in diversi cantoni rivelano una sensibilità crescente verso forme di cura che non separano l’individuo dalla comunità. Qui l’arte non è decorazione, ma strumento di metamorfosi: permette di dare figura a ciò che ferisce, di restituire voce a chi l’ha perduta, di trasformare l’errore in linguaggio.

James Hillman lo aveva detto con lucidità: la polis è il nostro inconscio. Ciò che rimuoviamo dal mondo là fuori ritorna dentro di noi come sintomo. Per questo la bellezza non è evasione, ma responsabilità politica. Una città che non parla all’anima genera cittadini smarriti; un’immagine che non lascia spazio al simbolo produce solo shock, non trasformazione.

E allora forse il compito, oggi, è proprio questo: custodire piccole zone di resistenza creativa. Non per illuderci, ma per restare umani. Come suggeriva Anne Dufourmantelle, la bellezza non è un lusso: è un atto di coraggio.

Perché se il mondo ci espone senza tregua al suo lato più oscuro, la risposta non può essere la resa. Deve essere la capacità – fragile, ostinata, quotidiana – di trasformare il dolore in qualcosa che ancora ci somigli. In qualcosa che, nonostante tutto, continuiamo a chiamare vita.

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SEIDISERA 21.04.2026, 18:00

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