Società

La guerra come buco nero di risorse

La guerra in Iran sta divorando risorse, destabilizzando il cuore energetico del pianeta e moltiplicando le crisi umanitarie. Un conflitto senza sbocchi chiari che trascina l’intera regione nel caos, mentre in Occidente ci si concentra solo sulle ricadute immediate sul costo della vita

  • Oggi, 08:00
Fumo in seguito a un bombardamento su Teheran

Fumo in seguito a un bombardamento su Teheran

  • Immagine d'archivio Reuters
Di: Alphaville/Mat 

Nei primi sei giorni di guerra contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno speso 11,3 miliardi di dollari. È una cifra impressionante, ma è solo una parte del costo reale: non include il dispiegamento di personale, la logistica, né le operazioni preparatorie precedenti al 28 febbraio. È un dato fornito al Congresso in un briefing a porte chiuse, e confermato da più fonti .

Di quei 11,3 miliardi, 5,6 miliardi sono stati bruciati nei primi due giorni solo in munizioni: missili a lungo raggio, bombe di precisione, sistemi d’arma avanzati. Una scala di fuoco che supera quella di molti conflitti recenti e che ha già messo sotto pressione le scorte statunitensi, tanto che il Pentagono ha avvertito del rischio di vulnerabilità in altri teatri, dal Pacifico all’Ucraina .

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Fumo in seguito a un bombardamento su Teheran

A tutta guerra

Alphaville 30.03.2026, 12:05

  • Immagine d'archivio Reuters
  • Cristina Artoni

Ma il costo economico è solo una parte della storia. La guerra ha già provocato circa 2.000 morti, soprattutto in Iran e Libano, e 1.100 bambini uccisi o feriti, secondo l’UNICEF. In Libano, 800.000 persone sono state sfollate dai bombardamenti israeliani. È un impatto umanitario enorme, che cresce ogni giorno e che non mostra segni di rallentamento .

Sul piano geopolitico, il conflitto ha trascinato l’intera regione in un caos generalizzato. Gli attacchi e le ritorsioni hanno colpito infrastrutture energetiche in Arabia Saudita, Qatar e Bahrein, mentre il 20% del petrolio mondiale e una quota simile di gas naturale liquefatto transitano nello Stretto di Hormuz, oggi pesantemente compromesso. L’Agenzia Internazionale dell’Energia parla della “più grande sfida alla sicurezza energetica globale della storia” .

Gli effetti sono immediati:

  • il Brent ha oscillato tra 80 e 120 dollari al barile, con picchi del +13% in pochi giorni;

  • l’Europa affronta la seconda grande crisi energetica in quattro anni;

  • l’Asia, che assorbe il 75% delle esportazioni di petrolio del Golfo, è la più esposta;

  • compagnie aeree, industrie e famiglie vedono aumentare i costi di trasporto, produzione e riscaldamento

  • compagnie aeree, industrie e famiglie vedono aumentare i costi di trasporto, produzione e riscaldamento .

lÈ una guerra che non ha un obiettivo politico chiaro, né una strategia di uscita. Lo stesso Congresso americano lamenta l’assenza di una definizione degli scopi, dei metodi e della durata del conflitto. “Siamo più confusi di prima”, ha dichiarato un senatore dopo il briefing del Pentagono, chiedendo audizioni pubbliche per capire dove stia andando l’amministrazione .

Il dato politico più evidente è che la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran non è più un conflitto “limitato”: ha già trascinato l’intera regione in un caos generalizzato, con attori statali e non statali coinvolti a vari livelli. È una campagna militare senza sbocchi chiari, che somma costi umani, economici e politici enormi. Non c’è una strategia di uscita definita, non c’è un obiettivo politico condiviso, non c’è una visione credibile del “dopo”. C’è solo un’escalation che si autoalimenta.

Intanto, la Casa Bianca potrebbe chiedere altri 50 miliardi di dollari per sostenere l’operazione, una cifra che molti considerano persino ottimistica rispetto alle reali necessità di una campagna militare che si sta espandendo su più fronti e che richiede un continuo rifornimento di sistemi d’arma ad altissimo costo .

In Occidente, intanto, il dibattito pubblico si concentra soprattutto sulle ricadute immediate: il prezzo della benzina, il rischio di recessione, la tenuta dei conti pubblici. È comprensibile, ma è anche una forma di rimozione. Perché questa guerra non è solo un problema di “costo” per noi: è un acceleratore di instabilità globale che ridisegna priorità, alleanze, equilibri di potere. E lo fa in un momento in cui le democrazie sono già sotto stress per disuguaglianze, crisi climatiche, sfiducia nelle istituzioni.

Ogni euro speso in armamenti è un euro che non va in sanità, scuola, transizione ecologica, welfare. Ma non è solo una questione di bilancio: è una questione di immaginario politico. Se la guerra diventa la normalità, la pace diventa un’eccezione. E con essa diventano eccezionali anche le politiche che guardano al lungo periodo, alla giustizia sociale, alla redistribuzione.

Questa guerra, insomma, non è solo un conflitto lontano. È uno specchio: ci mostra quanto siamo disposti a sacrificare, cosa consideriamo davvero “non negoziabile”, quali vite contano e quali no. E ci obbliga a una domanda che non possiamo più rimandare: fino a che punto siamo disposti ad accettare che il futuro venga deciso sul campo di battaglia invece che nelle sedi politiche?

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