Calcio - Mondiali

La panchina imperiale

L’Africa sforna giocatori, ma a guidare le squadre sono soprattutto persone bianche, funzionari taciti d’autenticità; e il gioco ne porta il segno, più ordinato che inventivo, più compatto che aperto

  • Un'ora fa
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Di: Mat Cavadini 

Nel calcio globale la sproporzione resta brutale: in campo, i giocatori afrodiscendenti sono ovunque — tra il 20% e il 40%, con punte oltre il 40% nei campionati più ricchi — mentre in panchina svaniscono, ridotti a una presenza che sfiora appena il 4–5%. Una differenza così netta che quasi non fa rumore. Ai Mondiali ce ne sono una manciata su 48 squadre.

È con questa crepa negli occhi che si stanno svolgendo i Mondiali . Il torneo più grande di sempre, più squadre, più continenti, più bandiere — e, ovviamente, più illusione di equilibrio. Perché poi basta guardare meglio.

Prendi Congo e Portogallo. Si affrontano - il verbo è già sospetto, quasi bellico- si guardano con quell’aria di reciproca legittimazione ma è difficile non scorgere un filo invisibile che li tiene ancora legati, come quei rapporti che nessuno nomina ma che continuano a persistere. Un filo antico, che ha cambiato lessico senza cambiare funzione: prima alleanza, poi influenza, poi dominio - e oggi una forma più elegante, quasi amministrativa, di dipendenza. Il colonialismo, del resto, non ama scomparire: preferisce travestirsi, ridursi a infrastruttura, farsi abitudine. Si deposita nei percorsi, nelle traiettorie obbligate, nelle necessità che non hanno più bisogno di essere spiegate. E così il Congo, con il suo talento disseminato, è costretto a fare le valigie per essere preso sul serio, mentre il Portogallo può capitalizzare i percorsi del passato coloniali facendo incetta di giocatori afrodiscendenti.

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Mondiali, highlights di Portogallo-Repubblica Democratica del Congo (LA2 Sport Live 17.06.2026, 18h30)

RSI Sport 17.06.2026, 21:19

Altro esempio, Francia‑Senegal, che ormai è un sequel. La Francia si presenta come il romanzo riuscito della globalizzazione: una squadra-mosaico, piena di traiettorie africane trasformate in capitale sportivo nazionale. Il Senegal, invece, sembra sempre una bellissima storia con qualche nota a piè pagina scritta altrove. Produce campioni, li cresce, li consegna al mondo – e il mondo, puntualmente, risponde con un “grazie, ci pensiamo noi”.

Fin qui, il campo – che è sempre la parte più presentabile, la superficie stirata del discorso. Ma basta arretrare di un paio di passi – gesto minimo, quasi distratto – perché la scena cambi natura, come un fondale che si incrina appena lo si guarda di taglio. Sulle panchine africane, ai Mondiali, si parla spesso con accento europeo (per altro con grave danno per lo spettacolo, subordinato alla tattica, alla solidità, allo stare compatti in campo). Non è un dettaglio acustico, ma una grammatica del comando che arriva già coniugata, pronta all’uso. Le parole suonano rassicuranti. Eppure, messe in fila, raccontano qualcosa di molto meno innocente: una specie di protettorato calcistico, dove l’autogoverno è sempre rimandato alla prossima stagione.

L’Africa produce giocatori ma quando si tratta di guidare le squadre, ecco comparire l’esperto già tradotto, già legittimato: una figura che non insegna il calcio, ma lo certifica. È il mediatore di un sapere che pretende di esistere solo altrove, un funzionario tacito dell’autenticità. Non c’è costrizione, né violenza evidente – sarebbe troppo rozza, troppo riconoscibile. Nessuno obbliga nessuno. È peggio: è un’abitudine. E, come tutte le abitudini ben riuscite, ha smesso da tempo di sembrare discutibile. Funziona con la quieta efficienza delle cose che non hanno più bisogno di giustificarsi.

È qui che la vecchia storia si riaffaccia, senza neanche la cortesia del travestimento. Non serve più conquistare territori – il gesto è antiquato – basta occupare le funzioni. Non servono più imperi, con tutta la loro ingombrante teatralità: bastano le panchine, luoghi minimi ma decisivi, in cui il comando si fa discreto, e dunque più resistente.

Le partite fra squadre europee e africane cessano allora di essere partite – termine ingenuo, quasi ricreativo – e si rivelano per ciò che sono: radiografie inconsapevoli. Mostrano un sistema che ha appreso, con notevole prontezza, a globalizzare il talento – renderlo mobile, scambiabile – senza però concedergli la stessa libertà nel governo di sé.

Il pallone, intanto, scorre – leggero, impeccabile, innocentemente sferico – e non sembra sospettare nulla. E in effetti nulla sembra accadere. Se non quella lieve, persistente, quasi impercettibile incrinatura: la sensazione che sotto la partita visibile se ne stia giocando un’altra, più silenziosa – e, proprio per questo, infinitamente più seria.

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