Intervista

Prima della nascita siamo già in relazione

Lo sbadiglio contagioso tra madre e feto e il mistero dei gemelli in utero: le ricerche del neuroscienziato Vittorio Gallese mostrano che la nostra vita sociale comincia prima di venire al mondo 

  • Un'ora fa
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Di: Clara Caverzasio 

Quando inizia davvero la nostra vita sociale? Alla nascita? Al primo sorriso? Oppure ancora prima? Le più recenti ricerche coordinate dal neuroscienziato Vittorio Gallese, docente di Psicobiologia e Psicologia fisiologica presso l’Università di Parma, suggeriscono una risposta sorprendente: la relazione con l’altro comincia già nel grembo materno. 

Nel corso della sua carriera, a partire dalla celebre scoperta dei neuroni specchio, Gallese ha dedicato gran parte della sua attività di ricerca allo studio neuroscientifico delle dimensioni sociali dell’esperienza umana, concentrandosi in particolare sui processi intersoggettivi e relazionali. I risultati più recenti delle sue ricerche sembrano rafforzare un’ipotesi affascinante: la nostra vita sociale ha inizio prima ancora di venire al mondo. 
 
Lo studio, pubblicato poche settimane fa sulla rivista Current Biology (Prenatal behavioral contagion through maternal yawningand fetal resonance), ha osservato per la prima volta un fenomeno di “contagio comportamentale” nella fase prenatale.  

«Abbiamo scoperto che quando una mamma sbadiglia, il feto sbadiglia», spiega Gallese. «Ma c’è di più: grazie a tecniche di machine learning abbiamo visto che esiste una particolare similarità nella dinamica del movimento tra lo sbadiglio della madre e quello del suo feto. C’è un vero accoppiamento tra madre e feto, non solo una coincidenza». 

Una scoperta che mette in discussione una rappresentazione ancora molto diffusa: quella del feto come essere isolato, impegnato esclusivamente nel proprio sviluppo biologico. I dati suggeriscono invece che già prima della nascita il comportamento si inscrive in una relazione. Il feto non appare come una monade chiusa in sé stessa, ma come parte di una dinamica condivisa con la madre. In realtà, per Gallese questa ricerca rappresenta un nuovo tassello di una storia iniziata anni fa. Questi risultati si collegano infatti a un altro studio che fece molto discutere: nel 2010 il suo gruppo di ricerca aveva osservato il comportamento di coppie di gemelli all’interno dell’utero. Il risultato aveva sorpreso la comunità scientifica: quando i feti si dirigevano verso il gemello, i loro movimenti erano diversi da quelli rivolti verso sé stessi o verso le pareti uterine. 

«Quando vanno a toccare l’altro lo fanno con una cinematica diversa. Significa che già alla fine del quarto mese di gravidanza il sistema motorio è in grado di organizzare i movimenti in modo differente a seconda che siano diretti a un altro essere umano, a sé stessi o all’ambiente». 

Quel lavoro portava un titolo eloquente: Wired to be social (Cablati per essere sociali). L’espressione, che potrebbe sembrare una provocazione, in realtà descrive bene una delle ipotesi più affascinanti emerse negli ultimi decenni nelle neuroscienze cognitive: la relazione non sarebbe una conquista tardiva dello sviluppo umano, sarebbe invece una dimensione originaria, iscritta nel nostro stesso modo di essere al mondo.  

Gallese però è prudente, e da scienziato evita interpretazioni eccessive: «Io non sono autorizzato a parlare di intenzione, di soggettività o di mente; mi limito a rilevare che il sistema motorio, mesi prima della nascita, è già cablato in modo tale da consentirmi di muovermi con uno stile diverso a seconda di dove dirigo il movimento. Se poi però uno cerca di interpretare questi dati, aggiunge Gallese, vuol dire che siamo programmati per incontrare l’altro». 

Questa predisposizione relazionale potrebbe avere radici profonde nella nostra storia evolutiva. A differenza di molti altri mammiferi, gli esseri umani nascono estremamente immaturi - il nostro cervello alla nascita pesa poche centinaia di grammi, e raggiunge il pieno sviluppo solo alla fine dell’adolescenza - e dipendono per anni dalle cure degli altri. 

«Noi senza l’altro siamo morti», afferma Gallese senza mezzi termini. La capacità di imitare, cooperare e comprendere gli altri non sarebbe quindi un semplice vantaggio culturale, ma una necessità biologica. «Proprio questa nostra nascita immatura e questo totale dipendere dall’altro ha esercitato una pressione evolutiva fortissima a sviluppare delle competenze cognitive che ci permettessero di farci capire dall’altro e di essere compresi dall’altro». 

Anche per questo il nuovo studio sullo sbadiglio materno assume un significato che va ben oltre la curiosità scientifica. Se la relazione tra madre e feto influenza il comportamento già prima della nascita, allora l’inizio della vita sociale deve essere ripensato: non come un evento che coincide con il parto, ma come un processo che prende forma molto prima. 

Per lungo tempo abbiamo immaginato la nascita come una soglia netta, il passaggio da un prima puramente biologico a un dopo relazionale. Le nuove ricerche suggeriscono invece un quadro diverso: la relazione non ci attende fuori dall’utero, ma è già presente nelle prime fasi della nostra esistenza. Prima del linguaggio, prima dello sguardo, prima ancora del primo respiro, il corpo sembra già orientarsi verso l’altro.

È un risultato che rafforza un’idea profonda: l’essere umano non nasce come individuo isolato che entra successivamente in relazione con gli altri, ma come essere relazionale fin dalle sue origini. Prima ancora di vedere il mondo, siamo già parte di un dialogo. 

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Il Faro: Intervista a Vittorio Gallese

Telegiornale 09.05.2026, 20:00

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