Quando pensiamo alle risorse che muovono il mondo, immaginiamo l’acqua, il petrolio, i metalli preziosi. Ma c’è una materia che non luccica, non profuma, non fa rumore. Eppure è ovunque. È la sabbia.
La sabbia è la seconda risorsa più estratta al mondo dopo l’acqua. La troviamo nel cemento delle nostre case, nell’asfalto delle strade, nel vetro dei nostri schermi. È il fondamento invisibile della modernità. E proprio perché invisibile, la ignoriamo. Ma ignorarla ha un costo.
«Ogni volta che estraiamo sabbia stiamo di fatto consumando vita», avverte Paolo Pileri, docente al Politecnico di Milano (intervistato da Marco Pagani in Alphaville). Il suolo, di cui la sabbia è parte, è un organismo vivente. Regola l’acqua, ospita biodiversità, assorbe carbonio. E noi lo trattiamo come cava. Ogni escavazione è una ferita. Ogni cementificazione, una cicatrice.
La risorsa invisibile
Alphaville 27.10.2025, 12:05
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Il danno non è solo ecologico. È anche economico. La cattiva salute dei suoli europei costa tra i 40 e i 70 miliardi di euro all’anno. Una cifra che dovrebbe far tremare i bilanci, e invece resta sotto traccia. Come la sabbia.
Ma il problema non si ferma alla terraferma. Al microfono di Marco Pagani, Enzo Pranzini (esperto di dinamica dei litorali) ci porta sott’acqua. L’estrazione dai fondali marini, dice, «mette in sospensione materia organica che viene rielaborata da organismi e prodotta in CO₂». Un processo ancora poco studiato, ma potenzialmente devastante. Il paragone con la pesca a strascico – che immette negli oceani la stessa quantità di CO₂ dell’aviazione – è inquietante.
E poi c’è l’overflow: una tecnica di dragaggio che ripulisce la sabbia espellendo acqua dai lati della nave. Un metodo in crescita, che disperde argilla e materia organica. Un metodo che non conosciamo abbastanza, ma che usiamo comunque.
Come se non bastasse, la sabbia è diventata merce di contrabbando. Pranzini denuncia: «Il mercato illegale della sabbia è il terzo al mondo dopo droga e contraffazione». In Marocco, la mafia della sabbia è la più potente del paese. Le spiagge atlantiche spariscono per costruire resort altrove. Ma l’altrove è sempre qui. Sempre nostro.
Che fare? Pileri è chiaro: «La madre delle soluzioni è interrompere il consumo di suolo». Abbiamo edifici da riutilizzare, materiali da riciclare, tecnologie da sviluppare. Come i tecnosuoli, ottenuti da inerti e compost, capaci di rendere le città più permeabili. Come il ripascimento intelligente, con sabbia più grossa e stabile.
Ma la vera svolta è culturale. Serve consapevolezza. Serve politica con basi ecologiche. Serve cittadini che interrogano i sindaci, che battono i piedi per terra – non per rabbia, ma per rispetto.
La sabbia ci pone una domanda scomoda: su cosa stiamo costruendo il nostro futuro? Se non cambiamo rotta, rischiamo di fondare il domani su un deserto. Invisibile, instabile, inesorabile.
E allora, prima che ci scivoli tutto tra le dita, impariamo a guardarla. A proteggerla. A darle il valore che merita. Perché la sabbia non è solo granello. È equilibrio. È vita.




