Capire come pensiamo

Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai

Perché, pur riconoscendo la gravità del problema, non facciamo nulla per fermare il cambiamento climatico? Perché continuiamo a bruciare combustibili fossili come se la Terra fosse in liquidazione?

  • Un'ora fa
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Di: Clara Caverzasio 

Da queste domande prende avvio l’indagine del filosofo della scienza Matteo Motterlini nel suo libro Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai (Solferino, 2025). Un saggio originale e controcorrente che sposta lo sguardo: non tanto sul clima, quanto su di noi. Perché, come scrive l’autore, se la crisi climatica è causata dall’uomo, è il comportamento umano il nodo da sciogliere.

La tesi è netta: la crisi climatica è anche — e forse soprattutto — una crisi cognitiva. Il problema non è la mancanza di dati o di conoscenze, ma il modo in cui funziona il nostro cervello, «un organo progettato per sopravvivere nel Pleistocene, ma oggi spaesato di fronte a una crisi a rilascio lento». Insomma, un cervello antico per sfide moderne.

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Perché il nostro cervello fatica a comprendere il cambiamento climatico? (2./5)

Ciclostilabili 24.03.2026, 15:30

  • iStock
  • Manuela Bieri

Motterlini non propone l’ennesima diagnosi del riscaldamento globale, ma analizza perché, nella transizione ecologica, continuiamo ad andare così lentamente. Le ragioni vanno cercate nei cosiddetti bias cognitivi, cioè nelle distorsioni sistematiche del nostro modo di pensare.

Il nostro cervello è programmato per reagire a minacce immediate, non a pericoli lenti e globali come il cambiamento climatico. Per questo restiamo passivi, come nella metafora della rana bollita: non percepiamo il rischio perché il cambiamento è graduale: «il riscaldamento globale è una minaccia per la nostra specie proprio perché non attiva l’allarme rosso nel nostro cervello, lasciandoci addormentati in un letto che brucia».

A questo si aggiunge la miopia temporale — tendiamo a privilegiare il presente rispetto al futuro, con il paradosso che «viviamo più a lungo, ma pensiamo più a breve come se il futuro non ci riguardasse» — e il bias dello status quo, che ci spinge a mantenere le abitudini anche quando sappiamo che sono dannose.

Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: continuiamo a usare l’auto per comodità anche per brevi tragitti, preferiamo voli low cost per un weekend invece di alternative meno impattanti, compriamo prodotti usa e getta pur sapendo che esistono soluzioni riutilizzabili. Piccoli comportamenti quotidiani in cui il beneficio immediato prevale sul costo futuro.

A frenare l’azione contribuiscono anche la negazione («non è così grave»), il fatalismo («ormai è troppo tardi») e la ricerca di gratificazioni rapide (il nostro cervello ha la tendenza istintiva a preferire ricompense immediate, anche se minori, rispetto a benefici maggiori ma distanti), alimentata da quello che Motterlini definisce «capitalismo della dopamina»: una corsa senza freni verso il consumo immediato, a discapito di un benessere sostenibile. La crisi climatica è la nostra crisi di astinenza in un sistema economico drogato di crescita. Il risultato è un paradosso: sappiamo che il cambiamento climatico è reale e pericoloso, ma questa consapevolezza non si traduce in azione.

Non solo. Come mostra l’autore, dietro al negazionismo «ci sono strategie costruite appositamente da lobby e think tank per seminare incertezza, polarizzare l’opinione pubblica e ritardare le azioni per il clima (contando sul noto bullshit asymmetry principle, secondo cui l’energia necessaria a smontare una bufala è almeno dieci volte superiore a quella necessaria a produrla)».
In un contesto in cui la verità viene sommersa da narrazioni contraddittorie, distinguere tra fatti e opinioni diventa sempre più difficile, alimentando paralisi e sfiducia.

Il libro però non si limita alla diagnosi, ma propone anche una via d’uscita concreta: «scongelare i cervelli». Il che significa, innanzitutto, riconoscere i nostri bias e aggirarli. Come? Rendendo i problemi più concreti e vicini — per esempio mostrando gli effetti locali del cambiamento climatico — oppure sfruttando le norme sociali: sapere che «molti altri lo fanno» aumenta la probabilità di adottare comportamenti sostenibili.

Funzionano anche piccoli cambiamenti di contesto: rendere più semplice scegliere l’opzione ecologica (come avere automaticamente energia da fonti rinnovabili, salvo rinuncia), o trasformare azioni virtuose in abitudini quotidiane — portare una borraccia invece di comprare plastica, usare la bici per gli spostamenti brevi, ridurre gli sprechi alimentari. Non servono gesti eroici, ma scelte ripetute.

Centrale nel libro, ed è un ulteriore pregio, è anche il tema delle generazioni future. Motterlini richiama una responsabilità spesso dimenticata: non ci stiamo comportando da «buoni antenati». La crisi climatica diventa così anche una questione di giustizia intergenerazionale.

Il messaggio finale è chiaro: non basta conoscere il problema, bisogna cambiare il modo in cui pensiamo. Perché la transizione ecologica non è solo una sfida tecnologica o politica, ma una trasformazione culturale e cognitiva.
In altre parole, per salvare il pianeta non basta ridurre le emissioni.
Dobbiamo prima — e soprattutto — scongelare i nostri cervelli.

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  • Francesca Rodesino

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