La reintroduzione della pena di morte per i palestinesi della Cisgiordania rappresenta molto più di una svolta legislativa interna a Israele. È un segnale allarmante sul piano dei diritti umani e sulla tenuta dei principi giuridici che, dopo la Seconda guerra mondiale, avrebbero dovuto costituire un patrimonio condiviso della comunità internazionale. Al di là delle profonde differenze culturali, storiche e politiche che caratterizzano i diversi contesti, la pena capitale appare oggi fuori tempo massimo: non tanto per una questione di sensibilità occidentale, quanto perché contraddice l’idea stessa di dignità dell’essere umano.
Uccidere legalmente una persona in nome dello Stato significa negare che l’essere umano resti tale anche dopo aver commesso il crimine più grave. È proprio questo il punto centrale sollevato da studiosi come Paolo Passaglia e Adriano Fabris: la pena di morte non è una risposta alla violenza, ma la sua legittimazione istituzionale. Trasforma la giustizia in vendetta e spezza definitivamente ogni possibilità di responsabilizzazione, riparazione, cambiamento. Una società che elimina il colpevole rinuncia anche a interrogarsi sulle cause della violenza e sul proprio ruolo nel prevenirla.
Sul piano giuridico, l’aspetto forse più inquietante è la natura discriminatoria della norma. L’applicazione selettiva della pena capitale in base all’appartenenza nazionale o etnica introduce una frattura radicale nel principio di uguaglianza davanti alla legge. È un arretramento che collide con decenni di evoluzione del diritto internazionale e con il divieto di pene crudeli, inumane o degradanti. Ma è anche, simbolicamente, una ferita aperta nel cuore di ogni ordinamento che si definisca democratico.
Parmi un assurdo che le leggi che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio.
Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene (1764)
Chi difende la pena di morte la presenta spesso come strumento di deterrenza. Eppure, nessuna ricerca empirica ha mai dimostrato che essa riduca i crimini più di altre pene severe. La logica della paura su cui si fonda è fragile e inefficace: la paura paralizza, radicalizza, alimenta nuove spirali di violenza. Non costruisce sicurezza, ma insicurezza permanente.
La posizione della Svizzera, che da anni promuove l’abolizione universale della pena capitale, ricorda un dato essenziale: il diritto alla vita non è negoziabile. Non lo è nemmeno di fronte al terrorismo. Rinunciarvi, anche per un solo gruppo umano, significa accettare che esistano vite meno degne di altre.
Nel dibattito sulla pena di morte, la posizione degli intellettuali è da tempo chiara e largamente convergente. Da Cesare Beccaria, che già nel Settecento definiva la pena capitale «inutile e ingiusta», fino a pensatori contemporanei come Norberto Bobbio, la condanna della pena di morte si fonda su un principio essenziale: lo Stato perde la propria legittimità morale quando assume il potere di togliere la vita. Albert Camus parlava della pena capitale come di un «assassinio compiuto a freddo», incapace di insegnare alcunché se non la logica della sopraffazione. Michel Foucault ha mostrato come la punizione estrema non rafforzi la giustizia, ma riveli piuttosto l’incapacità dell’autorità di governare senza ricorrere alla violenza. Anche filosofi di tradizioni diverse — da Hannah Arendt a Jürgen Habermas — hanno insistito su un punto comune: una società democratica si misura non da come protegge i giusti, ma da come tratta i colpevoli. In questa prospettiva, la pena di morte non è solo un errore giuridico, ma una regressione culturale che nega l’idea stessa di umanità condivisa.
Trent’anni fa ho visto a Parigi decapitare un uomo con la ghigliottina, in presenza di migliaia di spettatori. Sapevo che si trattava di un pericoloso malfattore; conoscevo tutti i ragionamenti che gli uomini hanno messo per iscritto nel corso di tanti secoli per giustificare azioni di questo genere; sapevo che tutto veniva compiuto consapevolmente, razionalmente; ma nel momento in cui la testa e il corpo si separarono e caddero diedi un grido e compresi, non con la mente, non con il cuore, ma con tutto il mio essere, che quelle razionalizzazioni che avevo sentito a proposito della pena di morte erano solo funesti spropositi e che, per quanto grande possa essere il numero delle persone riunite per commettere un assassinio e qualsiasi nome esse si diano, l’assassinio è il peccato più grave del mondo, e che davanti ai miei occhi veniva compiuto proprio questo peccato.
Lev Tolstoj, Che fare? (1857)

Israele approva la pena di morte per terrorismo
Alphaville 10.04.2026, 12:05
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